Intervento di Zeno Oberkofler sul bilancio provinciale.
I GIOVANI LASCIANO L’ITALIA
Spesso si sente dire: “l’Italia non è un Paese per giovani”. E guardando i dati, purtroppo, dobbiamo constatare che è proprio così.
Dal 2011 al 2024 ben 630.000 giovani italiani, tra i 18 e i 34 anni, hanno deciso di lasciare il Paese in cerca di opportunità altrove. Non si tratta di un fenomeno episodico, ma di un processo strutturale che – come evidenziato da un rapporto del CNEL – diventa ogni anno più marcato. Solo nel 2024 sono emigrati 78.000 giovani, con un saldo negativo di circa 61.000 persone.
La perdita di questi giovani talenti non rappresenta soltanto un grande problema per l’economica: riflette un disagio profondo, radicato nelle crescenti disuguaglianze sociali e territoriali e in una disillusione sempre più diffusa nei confronti delle opportunità che l’Italia oggi riesce a offrire.
Per molti giovani emigrare non è una scelta, ma una necessità.
Se questo è il quadro nazionale, bisogna constatare che la situazione in Alto Adige non è migliore. Siamo la provincia d’Italia con il più alto numero di giovani che vanno all’estero ogni 10.000 abitanti.
Solo verso la Germania, Austria e Svizzera emigrano ogni anno quasi 1.500 giovani tra i 20 e i 49 anni, ai quali si aggiungono circa 1.000 trasferimenti verso altre regioni italiane: tre volte più di vent’anni fa, secondo i dati dell’Osservatorio sul mercato del lavoro. A dieci anni dalla partenza, solo il 25% di loro è rientrato.
Le cause sono molte, ma una delle principali è senz’altro l’altissimo costo della vita.
L’Alto Adige è tra le province più care d’Italia. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, a febbraio 2025 Bolzano registrava un’inflazione del +2,6%, con un impatto annuale di 753 euro per una famiglia media. In media, il primo semestre segna un’inflazione del 2,5%: chi nel 2024 spendeva 1.000 euro al mese, nel 2025 deve spenderne 1.025 per gli stessi beni.
Nel bilancio provinciale si parla spesso dei quasi 9 miliardi a disposizione. È una cifra molto alta, accompagnata da un PIL in crescita più rapida rispetto alla media italiana. Ma la domanda è inevitabile: chi beneficia davvero di questa ricchezza?
Dobbiamo riconoscere che un bilancio così elevato non garantisce automaticamente che le persone vivano bene e riescano ad arrivare a fine mese. Una parte significativa di queste entrate è frutto dell’inflazione che negli ultimi anni ha colpito duramente l’Alto Adige, aumentandone allo stesso tempo le entrate fiscali.
Pensiamo all’IVA: se i prezzi aumentano, aumenta anche l’IVA incassata.
Pensiamo all’IRPEF: l’adeguamento dei salari fa crescere i redditi nominali, e quindi le entrate fiscali, anche se il potere d’acquisto reale dei lavoratori contemporaneamente diminuisce.
Così siamo arrivati al paradosso di avere il bilancio più corposo di sempre, ma anche il periodo in cui più persone faticano a sostenere i costi della vita.
È positivo che si investa nel sociale, nella sanità e nella scuola, e che dopo tanti anni siano stati fatti progressi nella contrattazione collettiva e negli adeguamenti salariali nel settore pubblico. Anche se bisogna ricordare che i soldi per la contrattazione collettiva per tutti i dipendenti pubblici per il prossimo anno non sono ancora stati messi a bilancio. In generale, osservando le politiche della giunta provinciale, non riconosco una strategia per uscire dalla spirale inflattiva e ridurre realmente il costo della vita, a partire dalle politiche abitative.
CARO CASA
A pesare maggiormente sulle famiglie sono proprio le spese abitative: chi vive nella nostra provincia spende mediamente il 41,6% del proprio reddito per la casa (ASTAT, 2023). Questo forte squilibrio comporta un pesante sovraccarico dei costi abitativi, con conseguenze gravi sul benessere economico e sulla possibilità di costruirsi un futuro sul nostro territorio.
Con la riforma dell’abitare sono stati introdotti importanti rinnovamenti nelle politiche abitative, alcuni dei quali come Gruppo Verde abbiamo convintamente sostenuto. Mi riferisco soprattutto alla possibilità, per gli enti senza scopo di lucro, di ricevere un finanziamento fino al 55% dei costi di costruzione o di risanamento per alloggi destinati all’affitto a prezzo calmierato. Questa è stata la misura più significativa della riforma, e auspico che attorno ad essa possa svilupparsi un ecosistema di enti senza scopo di lucro impegnati nella realizzazione di numerosi alloggi per chi vive e lavora in Alto Adige.
Sono stati, inoltre, aumentati i contributi per l’edilizia agevolata e il vincolo sociale è stato nuovamente portato a 30 anni.
Resto, però, scettico sul fatto che questo possa bastare. Abbiamo sì migliorato il sistema, ma siamo rimasti dentro la stessa logica di politica abitativa che ci ha portati alla situazione attuale: un paradigma che affida il proprio destino al libero mercato.
Lo abbiamo visto in tutta Europa dopo la Seconda guerra mondiale: il mantra della privatizzazione — potremmo definirla “selvaggia” — ha travolto il continente. Molti comuni e amministrazioni locali hanno venduto gran parte del proprio patrimonio immobiliare per aumentare le entrate dei bilanci pubblici, delegando sempre di più al settore privato la responsabilità di creare alloggi per la popolazione.
Il credo era semplice: liberalizzando il mercato, avremmo creato condizioni favorevoli alla costruzione di nuovi alloggi, reso redditizio investire nell’edilizia, aumentato i player in competizione, ampliato l’offerta e quindi ridotto i prezzi.
Parallelamente, la nostra provincia, attraverso contributi, ha cercato di fare in modo che a beneficiare di questa impostazione fosse la popolazione locale, finanziando mutui agevolati per la costruzione o l’acquisto della prima casa, così da aumentare il tasso di proprietari e garantire un capitale sicuro come tutela per la vecchiaia.
Questo modello ha funzionato per molti anni, ma ha prodotto conseguenze molto impattanti nel lungo periodo: la maggior parte del patrimonio edilizio è oggi in mano privata, e risulta quasi impossibile intervenire come mano pubblica in un settore dove il libero mercato ha preso il sopravvento su ogni tentativo della Provincia di governare la situazione.
E questo dominio del libero mercato si manifesta nelle sue piene potenzialità…
Nei corsi di economia ci viene insegnato il principio della mano invisibile, teorizzata da Adam Smith, che regola il rapporto tra domanda e offerta e determina i prezzi. Il principio sembra semplice: quando l’offerta è alta e la domanda bassa, i prezzi scendono; quando la domanda è alta e l’offerta scarsa, i prezzi salgono.
Applichiamo ora questo al nostro mercato abitativo.
La domanda di alloggi è molto alta, l’offerta è troppo bassa e quindi i prezzi degli affitti aumentano. La conclusione superficiale potrebbe essere: costruiamo più alloggi e aumentiamo l’offerta. Risolto il problema.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui, perché per costruire servono i terreni. E sappiamo che i terreni edificabili in Alto Adige sono limitati: per la morfologia, le attività agricole, per la tutela del paesaggio, per la necessità di contenere il consumo di suolo.
Che cosa succede allora?
Più costruiamo, meno terreni restano disponibili; meno terreni abbiamo, più aumenta il loro valore; più aumenta il valore dei terreni, più aumentano i costi di costruzione — e di conseguenza i prezzi di vendita e di affitto.
C’è poi un altro principio che guida il libero mercato: la massimizzazione del profitto. Chi vende un bene cerca di collocarlo sul mercato al prezzo più remunerativo possibile, pur restando competitivo rispetto ai beni simili.
Un appartamento si orienterà quindi al prezzo medio degli altri appartamenti simili sul mercato. Di conseguenza, se i prezzi di costruzione aumentano e cresce il prezzo medio degli alloggi, anche gli appartamenti costruiti in passato — magari a costi inferiori — aumenteranno di valore.
Paradossalmente, la costruzione di nuovi alloggi che non hanno un prezzo calmierato, magari di lusso, invece di abbassare i prezzi, può contribuire ad aumentare ulteriormente il prezzo medio, facendo crescere il costo anche di tutti gli altri alloggi.
Ecco perché sbaglia chi pensa che per risolvere il problema del caro-casa basti costruire nuovi alloggi e aumentare l’offerta. No, non è il quanto, ma il come che conta!
Questo vale soprattutto per gli alloggi in affitto. Negli ultimi anni l’affitto è stato fin troppo trascurato: si è puntato quasi esclusivamente sulla proprietà. Circa il 70% della popolazione vive in casa di proprietà, mentre il mercato degli affitti resta estremamente ristretto (circa il 10% del totale), ulteriormente compresso dall’uso turistico (7%) e dagli alloggi vuoti (circa 10%). Di questi alloggi in affitto la metà sono sul mercato libero. Un mercato degli affitti così ristretto, di cui metà completamente libero, porta inevitabilmente a prezzi esorbitanti.
Ma non siamo inermi davanti a questa situazione! Certo non sarà facile tornare indietro nel tempo e cambiare la politica abitativa miope degli ultimi 50 anni, però ci sono delle prospettive di miglioramento. Però servono delle politiche coraggiose, che diano una prospettiva di miglioramento ai cittadini e alle cittadine.
Servono forti investimenti pubblici nell’edilizia:
– alloggi sociali dell’IPES;
– alloggi comunali;
– nuovi alloggi realizzati da enti senza scopo di lucro.
Dobbiamo dare piena attuazione alle parti positive della riforma dell’abitare, mettendo in campo le risorse necessarie per riequilibrare il mercato e puntando con decisione su alloggi pubblici per l’affitto a canone calmierato.
Ma sapete cosa non riesco a capire? Quando dinnanzi alla conoscenza della situazione attuale, dei problemi del mercato immobiliare, si continuano a fare gli errori del passato. Puntando per esempio di nuovo sulla proprietà, si veda il modello Wohnen mit Preisbindung. Oppure i programmi edilizi dell’IPES che o non ci sono oppure vengono ostacolati, e qui sono i nostri comuni che devono fare la loro parte!
Avere un tetto sopra la testa — un luogo in cui stare al caldo e poter vivere dignitosamente — non può dipendere dalle logiche del mercato, ma deve essere un diritto garantito a tutte le persone che vivono nella nostra provincia. E per farlo, l’1,5% del bilancio destinato all’edilizia è del tutto insufficiente.
OVERTOURISM
Un altro fattore determinante per l’alto costo della vita è sicuramente anche il turismo di massa. È vero: il turismo è un settore economico importante in Alto Adige e genera un indotto significativo. Ma la domanda che dobbiamo porci, anche qui, è: chi ne trae davvero beneficio? Si generano molti profitti, è vero, ma allo stesso tempo aumentano anche i prezzi — soprattutto per la popolazione locale.
È evidente che i luoghi molto turistici diventano spesso luoghi con costi della vita particolarmente elevati.
Lo spazio abitativo entra in concorrenza con lo spazio per alberghi e strutture ricettive; la forte domanda fa salire i prezzi, soprattutto nella gastronomia; e la necessità di ampliare i servizi comporta ulteriori costi per la collettività.
Penso agli ospedali che, oltre a occuparsi dei pazienti altoatesini, devono giustamente occuparsi anche dei turisti.
Penso ai sistemi di produzione del calore, allo smaltimento dei rifiuti, ai depuratori, alle infrastrutture per la mobilità.
Ma penso anche ad altre conseguenze: l’aumento del traffico, l’inquinamento dell’aria, quello acustico e luminoso, l’impatto paesaggistico degli alberghi e degli impianti di risalita.
E poi ci sono i costi per la popolazione locale, che in molte zone altamente turistiche non si sente più a casa propria, ma ha la sensazione di vivere in una vetrina per turisti.
Un mese fa sono stato a una Sprechstunde a Ortisei: sono arrivate persone quasi disperate. Non ne possono più. Non escono più di casa in certi orari perché le strade sono invase dai turisti. Devono evitare alcune fasce orarie per spostarsi da un paese all’altro, per non rischiare di rimanere imbottigliati nel traffico per ore.
Vedono i propri figli andare via perché non riescono a permettersi un appartamento, oppure costretti a vivere per anni ancora con i genitori.
E allora io mi chiedo: a chi è venuta la geniale idea, in un contesto del genere, di organizzare anche le Olimpiadi invernali e i Mondiali di sci in Alto Adige?
No, davvero: io non lo capisco. Da anni sappiamo che in Alto Adige abbiamo raggiunto un limite per quanto riguarda il turismo. Da anni sappiamo che la popolazione locale, in molti casi, non ne può più. Conosciamo bene le sfide legate al turismo. E cosa facciamo? Organizziamo le Olimpiadi.
L’Alto Adige è già attrattivo per i turisti — anzi, fin troppo attrattivo!
Non abbiamo bisogno di questi mega-eventi per farci conoscere ancora di più a livello mondiale.
Non abbiamo bisogno di investire sempre più soldi nel marketing per diventare sempre più attrattivi.
Presidente, non me ne voglia, ma se non condivido l’“Olympiafieber” è perché questo, sinceramente, non ci voleva.
Più che gioia, provo preoccupazione: preoccupazione che le Olimpiadi faranno aumentare ancora di più i prezzi.
È esattamente ciò che è successo in tutte le località che hanno ospitato grandi eventi di questo tipo.
E anche qui, sappiamo benissimo quello che non dovremmo fare, però lo facciamo. Sono queste le cose che portano le persone alla resignazione.
TRANSIZIONE ENERGETICA
E poi parliamo di clima.
Lo so che in quest’aula interessa a pochi, ma se già non interessa il fatto che con la crisi climatica stiamo andando incontro alla più grande sfida che l’umanità abbia mai visto — una sfida che mette a rischio le società e la vita sulla Terra come la conosciamo — allora almeno dovrebbe interessarci l’enorme impatto che l’energia ha sul costo della vita.
Vale la pena ricordare quanto la nostra dipendenza dai combustibili fossili, dal gas russo, dal petrolio di altre dittature, abbia pesato sulle spalle delle altoatesine e altoatesini negli ultimi anni.
L’unica via d’uscita da questa dipendenza è la transizione energetica.
Tuttavia, anche in questo ambito vediamo che l’Alto Adige non sta tenendo il passo.
Invece di essere una regione leader in Europa nella tutela del clima e nella transizione energetica, siamo una regione al massimo nella media, che vive di rendita grazie agli impianti idroelettrici realizzati in passato.
Per quanto riguarda la tutela del clima, non siamo affatto sulla strada giusta.
Il presidente Kompatscher, nel suo discorso, ha espresso soddisfazione per il fatto che nel 2023 il 61% del consumo totale di energia sia stato coperto da fonti rinnovabili.
Ma se confrontiamo questo dato con gli obiettivi del Piano Clima, vediamo subito che siamo lontani dalla piena attuazione.
Nel Piano Clima la quota di rinnovabili citata rispetto al consumo totale era del 67%.
E cito testualmente:
“La quota di energie rinnovabili deve crescere dall’attuale 67% al 75% nel 2030 e all’85% nel 2037; per la neutralità climatica dovrà infine arrivare al 100%.”
Sono 6 punti percentuali di differenza, dal dato che ha citato il presidente.
Probabilmente il consumo è aumentato, l’idroelettrico ha rallentato, ma questo dato non indica affatto un percorso solido verso un Alto Adige energeticamente indipendente.
E questo è ancora più evidente se guardiamo un altro dato: la produzione di energia solare.
Oggi — e riprendo le parole del suo discorso — siamo a 344 GWh.
Anch’io ho studiato il rapporto GSE 2025 e, confrontando l’Alto Adige con le altre regioni italiane, si capisce che 344 GWh sono davvero molto pochi.
In termini assoluti siamo il fanalino di coda.
È vero, bisogna considerare anche la popolazione, e infatti, per potenza installata pro capite, a fine 2024 arriviamo a 835 watt per abitante. Ma siamo comunque dietro a Basilicata, Molise, Puglia, Abruzzo, Umbria, Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia.
Siamo semplicemente nella media nazionale, né più né meno.
Altro che leader italiani della sostenibilità, come ci piace raccontarci.
Ricordo, inoltre, che gli obiettivi che ci siamo fissati sono molto più ambiziosi.
Il Piano Clima prevede l’installazione di altri 400 MW di fotovoltaico entro il 2030 (circa 480 GWh) e ulteriori 400 MW entro il 2037.
Questo significa che l’attuale produzione da fotovoltaico è inferiore rispetto alla sola potenza aggiuntiva che dovremmo installare da qui al 2030 — per non parlare del 2037.
Dove verrà stoccata questa energia? Come verrà trasportata?
Questo rimane ancora poco chiaro.
Il presidente Kompatscher ha citato il progetto in Val d’Ultimo, ma non basterà per garantire un sistema di accumulo per tutta la provincia.
E se la popolazione si opporrà?
Qual è la strategia?
Qual è la pianificazione di una rete di trasporto e stoccaggio dell’energia?
Forse ho cercato male e l’assessore potrà inviarmi della documentazione, ma io — ad oggi — non ho trovato nulla.
Ricordo inoltre, sempre citando il Piano Clima, che:
“Le emissioni di CO₂ dovranno essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 70% entro il 2037 rispetto ai livelli del 2019, e l’Alto Adige dovrà raggiungere la neutralità climatica entro il 2040.”
Dobbiamo davvero darci da fare.
Bene colleghi e colleghe, questo non lo dico perché sono sadico e mi piace cercare ovunque il pelo nell’uovo, (anzi lo so che mi rende antipatico almeno negli occhi del nostro assessore Brunner e del nostro “Klimalandeshauptmann” della domenica mi permetto di aggiungere), o perché mi piace smentire la narrazione che da sempre la giunta provinciale cerca di portare avanti, raccontandoci che siamo i Besten su tutto e che viviamo nel Klimaland delle meraviglie. Lo dico perché finalmente ci da la possibilità si ambire a di più, ci da la possibilità di essere una volta più rilassati e dire, ok non siamo i migliori, che bello, possiamo fare ancora un sacco di cose per migliorare, altre regioni ci mostrano come si può fare, cerchiamo di imparare da loro e diamoci da fare insieme. Così che si danno prospettive alle persone.
Abbiamo un enorme potenziale sulle energie rinnovabili: un potenziale ancora inespresso, che potrebbe renderci indipendenti nella produzione energetica, ridurre i costi per cittadini e imprese e abbassare drasticamente le nostre emissioni.
Purtroppo questo potenziale rimane inespresso e si vede ancora una volta: senza una legge sul clima, la tutela del clima rimane una promessa vuota.
EINE NEUE ERZÄHLUNG
„Fleiß, Unternehmergeist und eine vorausschauende Finanzpolitik haben Südtirol zu dem gemacht, was es heute ist. Diese Werte sind die Basis für eine positive wirtschaftliche Entwicklung“ – so beginnt Ihre Haushaltsrede Landeshauptmann. Und das wird ja wohl etwas heißen.
Wissen Sie, woran mich dieser Einstieg erinnert?
Er erinnert mich an ein Mantra, das uns dieses Wirtschaftssystem seit Jahrzehnten einflüstert:
Dass jede und jeder erfolgreich sein und reich werden kann, wenn man sich nur genug anstrengt, wenn man fleißig genug ist.
Die Wahrheit ist:
Dieses Aufstiegsversprechen des Kapitalismus steckt in einer tiefen Krise – und in vielen Bereichen gilt es längst nicht mehr. Wahrscheinlich hat es nie wirklich gegolten und ist eher ein romantisches Märchen. Kann etwa ein System, das auf Konkurrenz beruht, gar funktionieren, wenn alle erfolgreich sind?
Nicht alle Menschen werden in ihrem Leben Erfolg haben. Und das ganz unabhängig davon, wie „fleißig“ sie sind. Viele menschen strengen sich nämlich extrem an, kommen aber z.B. aus schwierigen verhàltnissen, und haben nicht die gleichen chancen um erfolgreich zu sein.
Viele geraten in den Wirbel einer rasenden Gesellschaft, aus der sie kaum herausfinden. Ihnen wird suggeriert, dass alles erreichbar sei, wenn sie nur härter arbeiten, länger durchhalten, noch ein Opfer mehr bringen. Und wenn sie keinen Erfolg haben, dass waren sie wahrscheinlich nicht fleißig genug….
Diese Erzählung stimmt nicht und tut uns auch nicht gut.
Was wir brauchen, ist eine Erzählung der Chancengerechtigkeit.
Und dafür, brauchen wir gerechtere Verhältnisse in unserer Gesellschaft.
Die Schere zwischen Arm und Reich geht auseinander, während materielle Verteilungskonflikte innerhalb derselben sozialen Schicht ausgetragen werden.
Relative Wohlstandsverluste und Abstiegsängste verstärken das Gefühl eines Gegeneinanders.
Plötzlich werden marginalisierte Gruppen gegeneinander ausgespielt:
Asylsuchende gegen Menschen mit Sozialleistungen, gegen Working Poors.
Hier braucht es eine Umverteilung des Reichtums, eine echte Unterstützung für niedrige und mittlere Einkommen.
Und der Kollege Repetto hat völlig recht:
Die Steuerreform der Regierung Meloni geht diese Ungerechtigkeiten nicht an. Die untersten Einkommen werden nicht entlastet. Das Steuersystem bleibt viel zu wenig progressiv.
Aber nicht nur auf staatlicher Ebene haben wir eine Schieflage in der Steuerpolitik.
Auch hier in Südtirol müssten wir die wenigen Hebel, die wir haben, viel entschlossener nutzen – insbesondere beim IRPEF-Zuschlag.
Für das Steuerjahr 2024 und 2025 gelten in Südtirol folgende Sätze:
- Für Einkommen bis 50.000 Euro: 1,23 %
- Für Einkommen über 50.000 Euro: 1,73 %
Jemand, der 50.000 Euro brutto verdient, zahlt also denselben IRPEF-Zuschlag wie jemand, der das Doppelte verdient. Ist das gerecht? Ist das progressiv?
Und auch hier, wir haben handlungsspielraum um das steuersystem progressiver aufzustellen, wir könnten einkommen bis zu 50.000 euro entlasten und diese Maßnahme mit einer erhöhung des irpef zuschlags auf einkommen über 100.000 euro gegenfinanzieren.
ABSCHLUSS
Die Menschen werden täglich konfrontiert mit Bildern vom florierenden Leben, einem „Way of Life“ alla Sudtirolese, in dem alles rund läuft: die Sonne scheint, man besitzt eine Eigentumswohnung, gründet eine Familie, fährt sonntags Skifahren und trinkt ein Gläschen Wein zu einer Lachstartar auf 2.500 Metern.
Wir schauen gerne auf Erfolg – und tun uns schwer, über Misserfolg zu sprechen.
Und ich frage mich:
Gibt es in Südtirol eigentlich Platz für Misserfolg?
Gibt es Platz für Menschen, die Erfolg anders definieren?
Für Menschen, die nicht dem typischen Südtiroler Lebensmodell entsprechen wollen – oder können?
Ich glaube, viele junge Menschen, (aber nicht nur!) fühlen sich in Südtirol sehr eingeengt. Und vielleicht ist ja auch das ein Grund weshalb viele lieber in Wien, Firenze oder München bleiben.
Vielleicht sollten wir uns ernsthaft damit auseinandersetzen, wie wir Südtirol erzählen.
Man muss sich dafür nur die wunderschönen Marketingvideos der Marke Qualität Südtirol ansehen:
„Was macht Qualität zu Südtiroler Qualität? Ist es die Frische? Ist es die reine Bergluft? Oder die Achtung von der Natur? Ist es unsere Hingabe? Oder ist es unsere Überzeugung, dass all das erst wirklich gut ist, wenn es gut für alle ist? Das ist unser Antrieb, das ist Qualität fürs Leben. Südtirol.
Was treibt uns an? Ist es das Schöne? Das Bewehrte? Oder das Fortschrittliche? Sind es unsere höchsten Ansprüche? Treiben uns neue Ziele an? Eine neue Kraft? Oder ist es unsere Überzeugung, dass all das erst wirklich gut ist, wenn es gut für alle ist? Innovationen fürs Leben. Südtirol. “
Am Anfang dachte ich: Ich bin im falschen Film.
Aber seien wir ehrlich, liebe Kolleginnen und Kollegen:
Es ist lange nicht nicht „für alle gut“.
Es ist für manche gut – und sehr viele können sich mit dieser ach so heilen Welt nicht identifizieren bzw. nicht mithalten;
Und trotzdem klammern wir uns an diese schöne, sichere Illusion fest.
ich habe den Eindruck, dass wir uns in der glänzenden Vitrine, die wir aufgebaut haben, inzwischen selbst eingeschlossen haben. Wir kommen nicht mehr raus aus unserer eigenen errichteten Idylle der perfekten Welt, die in Wahrheit weit davon entfernt ist, perfekt zu sein..
Vielleicht sollten wir diese Vitrine einmal aufbrechen.
Vielleicht sollten wir schauen, was dahinter liegt, neue Dinge ausprobieren, neue Wege gehen, unkonventionell denken, perspektiven aufzeigen und uns vielleicht auch mal zugestehen, dass wir nicht immer überall die Besten sein müssen.
Wir leben in einer anderen welt, und machen uns vor, dass wir weitermachen können wie bisher. Doch leider wird auch ein ùppiger Haushalt von 9 Miliarden, die Orientierungslosigkeit dieser Landesregierung nicht wettmachen kònnen. Wir brauchen umbedingt neue perspektiven, neue antworten auf eine neue gesellschaft. Nicht eine politik des stillstandes, nicht eine politik der schuldzuweisungen, sondern eine politik des mutes.