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image98Con importante presenza politica si è oggi celebrata la messa in funzione del nuovo inceneritore di Bolzano sud. In realtà c’è ben poco da festeggiare. Al massimo possiamo considerare positivo il fatto che il nuovo forno è dotato di una tecnologia più moderna e quindi produrrà, almeno si spera, meno sostanze inquinanti del vecchio impianto – sempre restando ferma l’incognita delle polveri sottili. Nemmeno il raddoppio dei costi di costruzione  aiuta a far sorgere allegria.

Ma la cattiva notizia resta anzitutto il fatto che il nuovo impianto è troppo grande. Tarato su 135.000 t/anno (sono ca. 15 tonnellate all’ora!!), la “produzione” attuale di rifiuto residuo in Alto Adige (ca. 100.000 t) non basta per alimentare il forno. Inoltre proprio in questi giorni si sta iniziando finalmente con il nuovo sistema di raccolta del residuo a Bolzano – dove abita 1 quinto della popolazione della provincia – che dovrebbe abbassare la quota di residuo nel complessivo dei rifiuti. Resta quindi aperta la domanda: Ma cosa si brucerà nel nuovo inceneritore?

Un ulteriore problema è data dalla rete non completata (o meglio mai del tutto iniziata) di teleriscaldamento. Finora solo i quartieri Casanova, Semirurali e Zona Produttiva sono allacciati al teleriscaldamento. Il calore dell’impianto perciò andrà perso nell’aria ancora per parecchi anni.

Il rimprovero più marcato però è quello della sbagliata strategia di politica dei rifiuti che sta dietro all’inceneritore. Mentre in Europa è iniziato l’orientamento verso la “Strategia Rifiuti Zero” (v. anche l’omonima proposta di legge di iniziativa popolare in Italia, da noi sostenuto), il nuovo, grande inceneritore di Bolzano va nella direzione opposta. Dove si inceneriscono i rifiuti, lo stimolo verso la raccolta differenziata logicamente resta scarso.

L’alternativa esisterebbe. Sarebbe un programma di politica dei rifiuti che applica ovunque il principio “chi inquina paga”, che promuove tutte le aziende ed inziative volte al riciclo ed al riuso e che spinge i comuni a produrre meno residuo possibile. Queste sarebbero i pilastri di una politica dei rifiuti degna di una provincia che ama definirsi “green”.

 

Brigitte Foppa

 

„Si potrebbe dire: siamo tutti della stessa opinione.“ Così Klaus Egger, portavoce del gruppo „verdECOnomia – Grüne Wirtschaft“ dei Verdi-Grüne-Vёrc, riassume, con una vena di ironia, i primi incontri con le associazioni di categoria. Aggiunge però la domanda: „Allora perché i cambiamenti non li vediamo?“

La settimana scorsa i rappresentanti dei Verdi-Grüne-Vёrc hanno incontrato alcuni importanti comitati delle associazioni di categoria (mentre settimana prossima toccherà ai sindacati conoscere il nuovo gruppo dei Verdi-Grüne-Vёrc).

A tutti gli incontri i partecipanti condividevano alcune idee di fondo: che le piccole imprese, le aziende a conduzione familiare, sono il motore economico, non solo nel nostro paese ma in tutta Europa, e vanno rafforzate; che la burocrazia è uno dei grossi freni dello sviluppo; che bisogna puntare sull’innovazione e sui circuiti regionali.

“Cooperazione, lavoro in rete e sostegno reciproco erano concetti estranei all’area economica fino a pochi anni fa”, dicevano i rappresentanti dell’ economia. Sembrava che ognuno dovesse avere tutto e che il vicino fosse considerato solo un concorrente e mai un alleato. Una certa colpa per questo sviluppo lo aveva sicuramente anche il sistema dei contributi a pioggia della provincia  – così si intuiva tra le righe nelle affermazioni delle associazioni di categoria.

“Una crisi può sempre essere anche un’occasione, se la si sa prender nel modo giusto. La consapevolezza che la crescita solo quantitativa non ci darà futuro, sembra essere entrata anche nelle stanze delle associazioni di categoria. La grande domanda però rimane, cioè se le strutture incrostate, non solo nella politica ma anche nel mondo dell’economia, diano il necessario spazio ai cambiamenti”, così il commento Klaus Egger.

Klaus Egger
portavoce del gruppo „verdECOnomia – Grüne Wirtschaft“
+39 339 6219025
Verdi-Grüne-Vёrc

bronzolo2Al Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano.

Già bocciato prima sul Renon e poi a Laives, il progetto di una centrale elettrica a pompaggio privata rispunta ora a Bronzolo ed Aldino.

Con una novità: l’acqua per alimentarla verrà prelevata non dal fiume, ma dalla falda sotterranea che serve anche acquedotti e pozzi. Si tratta di un gigantesco prelievo di 830.000 metri cubi d’acqua, che metterà a forte rischio l’equilibrio idrogeologico di un’area che ha già problemi di approvvigionamento.

Il prelievo dalla falda invece che dal fiume potrebbe cambiare molto sul tipo di concessione da rilasciare e sui canoni da pagare: la centrale sarà equiparata a un pozzo, anche se gigantesco, invece che a una concessione idroelettrica, e verrà sottoposta dunque ai canoni tipici dei pozzi e non a quelli, molto più onerosi per il concessionario, e molto più convenienti per l’ente pubblico, delle concessioni idroelettriche? In più, la concessione per un prelievo dalla falda è soggetta a vincoli minori o maggiori di quelle idroelettriche? E’ forse per questo che si è scelto di prelevare acqua dalla falda e non dal fiume?

Altro problema, il materiale di scavo. La montagna verrà perforata per diversi chilometri per realizzare serbatoi e sala turbine in galleria. Il primo progetto prevedeva 2 tunnel di 7,5 km e di 113 m2 di sezione. Se il profilo è circolare, il diametro è di 12 m. In confronto, una canna BBT ha diametro 8,1 m, Gottardo 7,7 m.

I promotori hanno fatto capire anche di essere disposti a variare il progetto (quattro è cinque gallerie più corte, bacini sotterranei a spirale invece che dritti ecc…) ma i volumi complessivi dovrebbero restare gli stessi.

Dunque verrà estratta un’enorme quantità di materiale, probabilmente porfido, che ha anche un valore di mercato (nelle presentazioni pubbliche si è parlato di un valore di circa 5 milioni di euro, e di acquirenti già interessati ad acquistare il materiale). Nella fase di costruzione dunque, più che una centrale avremo una vera e propria cava, con valore economico.

Per il BBT la soluzione è stata realizzare una cava di ghiaia per la lavorazione del materiale estratto: la cava è stata messa in gara e ne sono venuti i relativi introiti anche per l’ente pubblico che ha emanato la concessione per la cava stessa. Ma in questo caso che senso ha che i promotori del progetto facciano dichiarazioni come se la cava appartenesse già a loro?

Bisogna capire a questo punto che tipo di regime di concessione e di autorizzazione regolerà sia il prelievo dell’acqua, sia quello della roccia.

Tutto ciò premesso,

si chiede:

  • SULL’ESTRAZIONE DELLA ROCCIA:
  1. L’estrazione della roccia, operazione necessaria per realizzare la centrale e i serbatoi in caverna, configurerà il cantiere, per alcuni anni, come una grande cava: sarà necessaria una specifica concessione per lo scavo, lo stoccaggio e l’utilizzo della roccia?
  2. Qual è la durata di queste eventuali concessioni?
  3. A chi appartiene il materiale estratto e chi potrà venderlo sul mercato?
  4. A chi andranno i proventi della vendita del materiale estratto?
  5. Quale beneficio avrà la mano pubblica da questi lavori di estrazione?
  6. Quali sarebbero le risposte alle domande da 1 a 5 se, invece di una centrale in caverna, si trattasse “solo” di una cava?
  7. Non c’è il rischio che i promotori realizzino almeno nei primi anni una “cava di fatto”, con relativi proventi, senza sottostare alle condizione proprie di una cava?
  8. Sarà trovata una soluzione come quella adottata per il BBT? Nei particolari, come funziona la “soluzione BBT”? Chi gestisce la gara? La BBT SE ha diritti sulla cava? Quanto frutta la cava alle casse pubbliche?
  • SUL PRELIEVO DELL’ACQUA:
  1. A quale tipo di concessione è sottoposta la possibilità per un privato di prelevare l’acqua dalla falda per utilizzarla per alimentare una centrale a pompaggio?
  2. Qual è la durata di questa eventuale concessione?
  3. Come viene data questa concessione, a quale soggetto pubblico va richiesta e attraverso quale procedura? (si prega anche di citare la legislazione di riferimento).
  4. A quali limiti quantitativi (orario, giornaliero, annuale o di qualsiasi altro tipo) è sottoposto questo tipo di prelievo?
  5. In particolare, a quale tra i 16 tipi di utenza fissati dalla Provincia (vedi: http://www.provincia.bz.it/agenzia-ambiente/acqua/canoni-derivazione-acqua.asp) appartiene un prelievo di questo genere?
  6. A quali canoni e altre eventuali imposte o tasse o tributi è sottoposto un impianto di questo genere?
  7. Quali sarebbero le risposte alle domande da 8 a 14 se, invece di prelevare l’acqua in falda, la centrale derivasse l’acqua dal fiume Adige?

 

Consiglieri provinciali

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

Bolzano, 16 luglio 2013

aereoportoAl Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano

Per realizzare il progetto di allungamento della pista dell’aeroporto occorre spostare la condotta di gas della SNAM che attraversa l’area dove interessata per proseguire poi dal lato est delòla valle e dirigersi verso la Pusteria. Dalla risposta alla nostra interrogazione nr. 18/Juni/2013 su temi di attualità risulta che i lavori costeranno circa 1,6 milioni e saranno effettuati direttamente da Snam su incarico di ABD Spa. La SNAM di solito non comincia i lavori se prima l’ente che fa questa richiesta non versa i fondi necessari a coprire il costo dei lavori.

Si chiede:

  1. 1. Sono stati anticipati e versati i fondi necessari per spostare il gasdotto Snam che attraversa la pista?
  2. 2. Se sì, quanto è stato versato finora e da chi? E quanto resta da versare?
  3. 3. Se no, quando è previsto il versamento e chi lo effettuerà?

Firmato Consiglieri

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

Bolzano, 17 luglio 2013

 

 

 

logo_ueIn seguito alla situazione di grave emergenza che si è verificata nel settore dei finanziamenti europei a progetti FSE, per i quali un’ispezione della CE ha rilevato “gravi criticità” e comunicato la sospensione dei pagamenti, la Giunta provinciale ha incaricato con delibera nr. 983 la società T&D di Bologna di eseguire un controllo a campione su 30 procedure FSE per verificare la loro conformità alla normativa europea e “l’individuazione di eventuali importi indebitamente certificati” e oltre a questo controllare e chiudere altri “60 progetti conclusi che non erano a suo tempo stati gestiti da parte dei beneficiari in accordo con le disposizioni e sui quali, in seguito ad un primo controllo della documentazione rendicontale, sono state verificate incongruenze tali da richiedere competenze tecniche e giuridiche che esulano da quelle ordinarie”.

Risulterebbe tuttavia che la stessa società T&D abbia già lavorato in passato a diversi progetti FSE in provincia di Bolzano e dunque sia stata in qualche modo cliente dell’FSE altoatesino.

Tenendo conto che il “vademecum FSE” impone la “terzietà dei revisori contabili”,

si chiede:

  • La società T&D ha già lavorato in passato, a titolo qualsiasi, per progetti FSE in provincia di Bolzano? Se sì, si chiede di elencare:
  1. i progetti
  2. i beneficiari
  3. la data
  4. il ruolo di T&D nel progetto
  5. il compenso pagato a T&D
  • Se la T&D ha già lavorato ion passato per progetti FSE in provincia di Bolzano, può garantire la “terzietà” richiesta dalla CE per la revisione contabile dei progetti FSE nell’incarico affidatogli dalla giunta provinciale con delibera nr. 983/2013?

Consiglieri provinciali

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

Bolzano, 17 luglio 2013

 

bronzolo2Già bocciato prima sul Renon e poi a Laives, il progetto di una centrale elettrica a pompaggio privata rispunta ora a Bronzolo ed Aldino.

Con una novità: l’acqua per alimentarla verrrà prelevata non dal fiume, ma dalla falda sotterranea che serve anche acquedotti e pozzi. Si tratta di un gigantesco prelievo di 830.000 metri cubi d’acqua, che metterà a forte rischio l’equilibrio idrogeologico di un’area che ha già problemi di approvvigionamento.

Sia a Bronzolo che ad Aldino stanno nascendo iniziative civiche sul tema.

In questa interrogazione-dossier, i Verdi analizzano alcuni aspetti dell’opera e chiedono trasparenza e chiarezza sul progetto, sul suo finanziamednto e sulle procedure di valutazione.

INTERROGAZIONE

Bronzolo-Aldino: Centrale a pompaggio ad alto rischio idrogeologico. Il progetto è arrivato in Provincia?

Nelle scorse settimane si sono svolte nei comuni di Bronzolo e di Aldino assemblee pubbliche in cui i promotori (riuniti nella la società Iters Srl) hanno presentato il loro progetto di centrale a pompaggio da realizzare nel territorio dei due comuni. Da quel che è uscito sulla stampa, la centrale dovrebbe essere totalmente in caverna, con diversi chilometri di tunnel scavati nella montagna sia a monte che a valle, e dovrebbe utilizzare 830.000 m3 di acqua (equivalenti a 830 milioni di litri) che verrebbe prelevata dalla falda.

I dati principali dell’impianto, almeno come sono stati presentati alla riunione di Bronzolo, sarebbero i seguenti:

  • Capacità: 850 000 m3 di acqua
  • 2 tunnel di 7,5 km e di 113 m2 di sezione. Se il profilo è circolare, il diametro è di 12 m. In confronto, una canna BBT ha diametro 8,1 m, Gottardo 7,7 m.
  • 450 MW di potenza installata
  • 5 ore funzionamento continuo alla massima potenza
  • 2250 MWh di energia equivalente accumulata
  • 80% di efficienza stimata (tipica per impianti di questo tipo)
  • investimento dichiarato: 500 milioni di €
  • periodo di ammortamento: 25 anni

Noi non scartiamo a priori la soluzione delle centrali a pompaggio, come un mezzo per lo stoccaggio e poi il successivo utilizzo di energia in sovrappiù (in un circuito che comunque produce tra il 20% e il 30% di energia in meno di quanta ne consuma per pompare l’acqua in alto), ma riteniamo che tali impianti abbiano senso solo se viene garantito che l’energia utilizzata per il pompaggio è energia da fonti rinnovabili: altrimenti si tratterebbe semplicemente di “riciclaggio di energia sporca” che, se è in sovrappiù, deve semplicemente smettere di essere prodotta.

Riteniamo dunque che l’effettiva realizzazione di questo tipo di centrale sia da giudicare caso per caso, valutando attentamente l’impatto ambientale e la reale economicità dell’opera, nonché i vantaggi che possano o meno venire per la collettività, sia in termini di compensazioni ambientali che di pagamento di diritti.

Soprattutto, nella decisione se realizzare o no l’opera va garantito il massimo della trasparenza e il coinvolgimento della popolazione, che deve essere messa non solo davanti a affermazioni verbali e promesse di ogni tipo, ma deve anche poter disporre di tutta la documentazione necessaria: progetto, piano finanziario, eventuali convenzioni con soggetti terzi (i promotori hanno parlato di contatti coi sindacati e con la Procura della Repubblica per quanto riguarda le norme di sicurezza e quelle sulla legalità dei cantieri), eventuali certificazioni (la stampa ha riferito di verifiche sul piano finanziario e di ricerca dei finanziatori affidate alla KPMG Spa di Roma, società nota in provincia di Bolzano per aver accompagnato diversi momenti della storia di SEL, nonché società di consulenza di Enel).

I valori che sono in gioco sono innanzitutto quelli ambientali. Risulta infatti che l’enorme massa degli 830.000 m3 di acqua, pari a 830 milioni di litri, utilizzati dall’impianto sarebbero prelevati dalla falda sotterranea.

Questo pare il punto più critico: solitamente infatti l’acqua necessaria per questi impianti viene prelevata da laghi o fiumi (in passato sono state proposte centrali a pompaggio che pescavano nell’Isarco e nel lago di Garda), ma è alquanto insolito il caso di centrali che peschino nella falda che alimenta anche tutti gli altri usi idrici, da quello potabile a quello agricolo.

A questo vanno aggiunti i 14 km di enormi tunnel nella montagna, dove sarebbero realizzati sia i serbatoi sia le sale per le turbine, e che potrebbero interferire sulle falde e le sorgenti.

Il rischio dunque per l’equilibrio idrogeologico dell’area interessata è enorme e va valutato attentamente.

Infine ci sono gli aspetti finanziari. La motivazione dei promotori del progetto è evidentemente commerciale e consiste nel ricavare profitto dal differenziale dei prezzi tra l’energia di sfondo meno cara acquistata per pompare l’acqua e l’energia di picco prodotta rilasciando l’acqua.

Occorre considerare innanzitutto che gli impianti di pompaggio e accumulo non sono assimilabili a impianti a energia rinnovabile, ma, al contrario, sono impianti che servono principalmente a mantenere la stabilita della rete e sono pertanto sotto il controllo diretto del gestore di rete. Nella maggior parte dei casi non è il proprietario dell’impianto a decidere autonomamente quando scaricare acqua e produrre e vendere elettricità, in momenti di convenienza economica, ma piuttosto il gestore di rete a scegliere quando ricorrere all’energia accumulata per coprire improvvisi picchi di carico.

Similmente, gli impianti di accumulo sono messi in funzione quando occorre collegare rapidamente dei carichi, anche qui per compensare fluttuazioni di rete. Gli impianti di accumulo sono pertanto strumenti “di sistema”. Proprio per questo motivo l’esercizio commerciale di impianti di pompaggio è molto critico e non è garantito il loro rientro economico se non in termini di sicurezza della rete.

Secondo informazioni statistiche di Terna sugli impianti di generazione per il 2011 [sito www.terna.it, doc. 2011_It_3-IMPIANTI_GEN.pdf] in Italia la potenza installata di impianti di pompaggio “puri” (simili a quello proposto per Bronzolo) è 4 017 MW. La loro producibilità media annua, cioè la quantità massima di energia elettrica che sarebbe possibile produrre o invasare supponendo un’utilizzazione completa degli impianti alla massima efficienza, è 6 651,0 GWh.

Nel 2010 e 2011, sempre secondo le statistiche di Terna [sito www.terna.it, doc. 2011_It_5- PRODUZIONE.pdf] la produzione di energia elettrica da apporti di pompaggio è stata invece solo di 3 249,2 GWh e 1 903,2 GWh. Gli impianti sono stati cioè utilizzati al 48,8% e al 28,6% rispetto al loro potenziale massimo.

Oltre a ciò va considerato il fatto che il differenziale tra i prezzi di picco e di sfondo va costantemente diminuendo, fatto che rende sempre più critico il conto economico di queste centrali.

Ci limitiamo a riportare l’andamento dei prezzi negli ultimi 7 anni, espressi in € per Mwh:

 

  2011 2010 2009 2008 2007 2006 2005
Baseload € 72,23 € 64,12 € 63,72 € 86,99 € 70,99 € 74,75 € 58,59
Picco € 82,71 € 76,77 € 83,05 € 114,38 € 104,90  € 108,73 € 87,80
Fuori picco € 66,71 € 57,34 € 53,41 € 72,53 € 52,95 € 57,06 € 43,17
Differenza € 16,00 € 19,43 € 29,64 € 41,85 € 51,95 € 51,67 € 44,63

Come si vede, il differenziale tra energia di picco ed energia di sfondo è tendenzialmente diminuito negli ultimi anni, riducendosi di due terzi rispetto al 2005. Si riducono così i margini di profitto di questo tipo di centrali, che infatti in questo momento in Europa praticamente nessuno più propone come impianti a se stanti.

Normalmente infatti tali centrali a pompaggio sono realizzate su impianti già esistenti di generazione idroelettrica con l’aggiunta di pompe per fare risalire l’acqua in periodi di basso costo dell’elettricità e sfruttarla in caduta quando c’è domanda di picco. L’investimento “tipico” in un impianto di pompaggio è quindi solo un investimento aggiuntivo per modificare un impianto idroelettrico già esistente, ed è quindi piuttosto contenuto. Al contrario, sono rari gli impianti costruiti esclusivamente per l’accumulo e che richiedono bacini, invasi, tubature ecc.

Occorre dunque, per giudicare il progetto, conoscere il piano finanziario nei dettagli, cioè capire su quali parametri sono stati quantificati gli investimenti necessari e le spese di gestione, le previsioni di esercizio sull’energia prodotta e sulle previsioni di prezzo, le modalità di finanziamento ecc…

Infine, occorre avere chiarezza su chi siano i finanziatori del progetto.

Sono conoscendo con esattezza questi dati, gli enti pubblici possono valutare la reale economicità del progetto e dunque:

  1. se esso potrà venire portato a termine e poi gestito senza rischi di un fallimento che lascerebbe dietro di sé un’opera di notevole impatto ambientale ma priva di margini economici sufficienti per andare avanti;
  2. se le promesse di compensazioni finanziarie a favore dei comuni potranno essere mantenute oppure no, e di quale entità saranno (soprattutto se fossero stabilite come una percentuale sugli utili).

Per tutti questi motivi

si chiede:

  1. Il progetto di centrale elettrica a pompaggio nei comuni di Bronzolo e Aldino è stato già presentato ai competenti uffici provinciali?
  2. Se sì, quali sono le caratteristiche principali del progetto?
  3. Com’è risolto il problema dell’approvvigionamento idrico dell’impianto?
  4. E’ allegata un’analisi idrogeologica e se sì, chi l’ha fatta e con quali risultati?
  5. E’ allegato al progetto un piano finanziario e, se sì, quali caratteristiche ha?
  6. E’ dichiarato quali saranno i finanziatori e, se sì, chi saranno?
  7. Se non è stato presentato alcun progetto agli uffici competenti, è stato almeno comunicato entro quando ciò verrà fatto, visto che il progetto è stato già illustrato ai comuni?
  8. Il progetto è stato illustrato alla Giunta provinciale? Se sì, la Giunta ha potuto ricevere informazioni di cui alle domande nr. 2, 3, 4, 5 e 6 e se sì, quali?
  9. La società elettrica provinciale SEL ha mai avuto intenzione o progettato un simile impianto, cioè una centrale a pompaggio a se stante non collegata a un impianto idroelettrico già esistente? Se non l’ha fatto, per quali motivi? Ha forse valutato che tali impianti non danno certezze in termini di utili e di conto economico?
  10. Se è già stato – o se venisse in futuro – presentato ufficialmente agli uffici, quale iter attraversa un progetto di questo tipo e da quale norma di legge è regolato? (si prega di illustrare brevemente le diverse tappe e i soggetti competenti per ogni tappa, fino alla realizzazione).

Consiglieri provinciali

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

 

 

Al Presidente del Consiglio provinciale

Interrogazione

L’attuale campagna „Basta violenza“ non viola il divieto di discriminazione previsto nella Costituzione?

StoppGewaltDa un mese il dibattito sulla violenza tra i giovani è particolarmente acceso, a causa di una brutale aggressione da parte di un gruppo di ragazzi di origine straniera contro alcuni giovani e una ragazza „autoctoni“ di famiglie conosciute. L’aggressione, sicuramente da condannare sotto ogni punto di vista, che ha provocato lesioni anche gravi, ha dato vita a una campagna mediatica in cui il quotidiano Dolomiten ha insistito sulla presenza di giovani stranieri in fatti di violenza. Ora, nessuno mette in dubbio che giovani immigrati partecipino a queste azioni violente, provocando spesso ferite fisiche e psicologiche nelle vittime. I giovani coinvolti e le loro famiglie hanno sicuramente diritto a solidarietà e aiuto concreto e la campagna mediatica ha contribuito sicuramente ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema.

La campagna ha però anche messo nel mirino, per settimane intere, stranieri e soprattutto albanesi identificandoli come potenziale fattore di violenza nella nostra provincia. Dal modo in cui vengono descritti i fatti, non vengono messi sotto accusa solo i colpevoli, ma intere nazionalità, che vengono classificate come fattori di rischio per la sicurezza.

Soprattutto i giovani albanesi sono finiti nel mirino della stampa. La comunità albanese è il gruppo di immigrati più numeroso in Alto Adige, con 5600 Persone (dati 2011).

Anche se il Dolomiten ha cercato di attutire le notizie sulla violenza degli stranieri cercando di valorizzare gli „stranieri buoni“, nei lettori sono rimaste impresse solo le immagini negative, come dimostrano anche le reazioni sui forum in internet. Una campagna di questo tipo non è assolutamente condivisibile, anche se si fa portatrice di un’opera di sensibilizzazione su un tema trascurato e nonostante la solidarietà che va espressa alle vittime e il nobile obiettivo che fatti del genere non si ripetano più.

La campagna ha raggiunto l’apice il giorno del „vertice sulla sicurezza“ presso la Camera di commercio a Bolzano (11 luglio 2013), nel corso del quale Stato, Provincia e organizzazioni sociali (e senza la presenza dei rappresentanti della popolazione albanese così violentemente incriminata) hanno fatto un bilancio della situazione e si sono accordati su alcuni provvedimenti. Tenendo comunque presente la serietà dei fatti, il prefetto Valenti ha affermato che “è esagerato parlare di stato di emergenza”.

Lo stesso giorno, il Dolomiten elencava su due colonne vittime e colpevoli di 44 casi nel periodo tra la primavera del 2004 e luglio 2013: colpevoli di 36 casi venivano identificati gli “albanesi” a cui venivano aggiunti gruppi di diversa nazionalità: 3 macedoni, 4 nordafricani, alcuni pachistani, poi un numero non ben definito di “stranieri”, “presumibilmente stranieri”, “giovani di origine straniera”, 2 meridionali, 5 ragazzi autoctoni, un uomo di Laives e uno di Merano.

Tra le vittime sono state elencate 63 persone autoctone a cui si sono aggiunte come eccezioni una donna marocchina e una immigrata. Non si tratta di dati raccolti in modo obiettivo, ma di risultati di una ricerca privata e di indicazioni da parte delle persone coinvolte. Per ragioni di completezza, aggiungo qui che nella lista pubblicata dal Dolomiten non si fa cenno alle aggressioni violente di gruppi autoctoni neonazi e neofascisti susseguitisi nella zona di Merano tra il 2004 e il 2009.

Ripeto: nessuno vuole mettere in discussione la gravità delle conseguenze di queste aggressioni e nemmeno ridurre il dolore delle vittime, ma questa presentazione mediatica deve essere criticata, poiché ai lettori e alle lettrici viene trasmesso il seguente messaggio:

Gli aggressori sono principalmente stranieri, soprattutto albanesi

Le vittime sono invece, quasi senza eccezioni, autoctone e giovani.

La conseguenza è che gli Albanesi vengano continuamente discriminati e per stigmatizzare in modo così negativo un intero gruppo etnico sono sufficienti 50-100 soggetti, l’1% del gruppo di appartenenza: quanto questo possa influenzare l’atmosfera e la qualità di vita di un’intera nazionalità, ce lo si può facilmente immaginare: con questi sospetti e attribuzioni di colpa ci si comporta in modo molto simile a come si atteggiavano un tempo gli italiani nei confronti dei Sudtirolesi, considerati tutti come nazisti, poiché, almeno dopo le opzioni del 1939, numerosi gruppi avevano simpatizzato con il Nazionalsocialismo.

Quindi, poniamo le seguenti domande alla giunta provinciale:

  1. Quali sono i risultati esatti del „vertice sulla sicurezza“? Quali provvedimenti sono stati concordati?
  2. Da parte della provincia, è stato offerto supporto alle vittime delle violenze fisiche e psicologiche subite?
  3. Si è parlato durante il vertice anche di come assicurare la protezione della buona reputazione delle nazionalità straniere?
  4. Non giudica la campagna mediatica in atto come discriminatoria nei confronti di interi gruppi etnici e quindi in violazione della costituzione? Nonostante abbia contribuito alla protezione delle vittime?
  5. L’ufficio antidiscriminazioni della provincia (Art. 5 della legge provinciale 12/2011) valuterà se con la presente campagna non sussista una massiccia e ingiusta discriminazione di un gruppo etnico?
  6. Quali dati statistici sulla violenza contro le persone nel periodo dal 2004 al 2013 sono a disposizione? Si può individuare il numero delle aggressioni, i danni inferti e i gruppi di età coinvolti? (Se ne richiede una documentazione).

Bolzano,12. luglio 2013

Hans Heiss
Riccardo Dello Sbarba

Il gruppo “verdECOnomia – Grüne Wirtschaft ” dei Verdi-Grüne-Vёrc ha incontrato questa settimana il direttore Lun e il direttore Perkmann dell’istituto WIFO della Camera di Commercio

Nel corso della riunione, il gruppo-economia dei Verdi ha voluto farsi un quadro dell’attuale situazione economica in Alto Adige e discuterne le problematiche più rilevanti.

Durante il confronto di 90 minuti sono stati trattati diversi temi, come il sistema di sostegno alle imprese, la cooperazione, la crescita, l’esportazione ed anche il programma di riforme del Südtiroler Wirtschaftring. Poiché a noi del gruppo „verdECOnomia – Grüne Wirtschaft“ stanno a cuore soprattutto le piccole imprese della nostra provincia, abbiamo anche discusso sulla dimensione aziendale ottimale per le aziende nei diversi settori.

Non c’è stato consenso su tutti i punti, tuttavia in questo incontro non si trattava di insistere sulle diverse posizioni, ma piuttosto di confrontare i diversi punti di vista e di ascoltare le posizioni altrui, soprattutto da parte nostra.

Riteniamo lodevole il fatto che WIFO voglia impegnarsi particolarmente durante l’autunno di quest’anno per rilanciare e rafforzare l’idea della concertazione sociale in Alto Adige. Un simile progetto ha certamente il nostro sostegno.

Klaus Egger
portavoce del gruppo „verdECOnomia – Grüne Wirtschaft“
+39 339 6219025

Verdi-Grüne-Vёrc

aereoportoPresentandosi il 9 luglio scorso davanti al Tar, i rappresentanti legali della Provincia hanno affermato che esistono “questioni non ancora chiarite” per quanto riguarda l’acquisizione dei terreni necessari ad allungare la pista dell’aeroporto di Bolzano, per cui i lavori per ora non potranno cominciare. Il Tar ha di conseguenza aggiornato l’udienza al 20 novembre. E’ una strategia per rinviare la patata bollente a dopo le elezioni o esistono problemi effettivi?

Per questo motivo si chiede:

  1. Quali sono le “questioni da chiarire”, di qualsiasi genere siano, in tema di allungamento della pista dell’aeroporto e di relativa acquisizione dei terreni necessari?
  2. Qual’era la tempistica prevista ufficialmente in merito ai lavori di allungamento della pista, nelle diverse fasi? (acquisizione dei terreni, bandi di appalto, esecuzione dei lavori ecc…)
  3. Quale nuova tempistica viene ora prevista?
  4. E’ prevedibile un aumento della spesa preventivata per tutta l’operazione?

Consiglieri provinciali

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

Bolzano, 10 luglio 2013

 

anticorruzioneI rappresentanti della Provincia dovranno uscire dai consigli di amministrazione delle società partecipate: è quanto prevede la cosiddetta “legge anticorruzione” promossa nel 2012 dal governo Monti (Legge 6 novembre 2012, n. 190 recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale 13 novembre 2012, n. 265). L’incompatibilità riguarda diverse posizioni, a partire da quella del Presidente Durnwalder nei Cda della Laimburg e di Castel Tirolo. La Provincia avrebbe già stilato un elenco delle singole posizioni, ma di questo si hanno solo notizie frammentarie

si chiede:

  1. Di fornire l’elenco completo delle situazioni di incompatibilità, con l’indicazione del Cda, della persona incompatibile alla luce della norma Monti, del ruolo ricoperto dalla persona sia nel Cda che nell’amministrazione pubblica, del soggetto che ne ha disposto la nomina.
  2. Di spiegare quali passi vuole intraprendere la Provincia per garantire il rispetto della norma Monti e la relativa tempistica.

Consiglieri provinciali

Riccardo Dello Sbarba
Hans Heiss

Bolzano, 9 luglio 2013