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gleichgewichtIl Referendum Costituzionale è alle porte e mi trovo stranamente a invidiare tutte le persone in grado di comunicare in maniera chiara e univoca come voteranno domenica prossima. Anch‘io vorrei avere la stessa convinzione. Purtroppo però non è così.
Da punto di vista dei contenuti non ho dubbi su come voterei. Perfino i sostenitori concordano nel dire che si tratta di uno dei tentativi di riforma peggiori di tutti i tempi (anche solo dal punto di vista formale). Perfino la campagna di promozione più costosa non riesce a coprire il fatto che si tratta di una medicina sbagliata per una falsa malattia. Il fatto che sia collegata a una legge elettorale scandalosa provoca a tutti gli elettori e le elettrici di centro-sinistra un gran mal di pancia.
La conclusione all’inizio: non si può approvare questa riforma e chi lo fa, lo fa nella gran parte dei casi non sui fatti, ma su riflessioni politiche. Anche chi non si identifica con le politiche di Renzi, soffre all’idea delle possibili alternative: strilloni populisti, aizzatori xenofobi, nullità di destra, galli di sinistra… la scena politica italiana non offre un bello spettacolo. Renzi ha camuffato la sua inguardabile riforma con una grande operazione di marketing e ha trasformato il referendum in un voto di fiducia sulla sua persona. Questa trama però ci mette in un bel dilemma. Da un lato perché coloro che rifiutano i contenuti della riforma in questo modo fanno il gioco di quelli che non hanno niente di meglio da offrire, con ancor meno correttezza e sicurezza rispetto a un PD che con tutti i suoi difetti è ancora da ritenere una forza quanto meno progressista. Dall’altra perché l’analisi dei contenuti della riforma è diventata del tutto secondaria. E la cosa è ancor più spiacevole, visto che in un referendum si dovrebbe essere liberi di decidere proprio nel merito delle cose. Questa politicizzazione forzata, riguardo proprio il testo più importante della nostra democrazia, è molto grave e lascerà il segno anche sui prossimi appuntamenti elettorali.
Se vediamo la democrazia come un complesso gioco di equilibri, allora vedremo in questa riforma una cascata di elementi destabilizzanti che ci devono far drizzare le orecchie. In una democrazia esistono degli equilibri ben oliati tra le forze e su vari livelli che mantengono bilanciati il potere e il controllo: più forte è delineato il potere, più affilati devono essere i meccanismi che lo controllano.
La riforma Renzi-Boschi, collegata alla legge elettorale Italicum, nasconde molte insidie. Cerca infatti di risolvere la debolezza endemica delle forze politiche italiane con un aumento del potere costruito in modo artificiale. Il Senato viene depotenziato e delegato a sindaci e consiglieri regionali, i quali dovranno in poco tempo prendere posizione sulle leggi di bilancio dello Stato. La Camera, dopata da un premio di maggioranza esagerato, avrà il potere di nominare i Giudici delle Corte Costituzionale e così proprio una di quelle istanze che dovrebbero garantire il controllo. In tempi di populismo è un pericoloso spostamento degli equilibri.
Lo stesso si può osservare se parliamo di efficienza e sussidiarietà. I progressi ottenuti nel 2001 con grande fatica verso un federalismo dello Stato italiano, vengono annullati con la scusa dell’inefficienza delle amministrazioni locali. Eppure sussidiarietà e federalismo sono dei sistemi sperimentati con successo in tutte le grandi democrazie del mondo. Anche qui vale il discorso degli equilibri: più forte è uno stato centrale, meglio deve essere assicurata la responsabilità degli enti periferici. Ma la riforma toglie poteri alle Regioni secondo la logica di una migliore efficienza. Chi ha mai avuto occasione di entrare in un ministero a Roma, troverà arduo a immaginarselo un luogo deputato all’efficienza.
Se zoomiamo lo sguardo verso di noi, possiamo occuparci finalmente anche con gli equilibri della nostra realtà, seguendo forse il principio “più amministrazione autonoma, più partecipazione nei processi decisionali”. Questa riforma potrebbe avere delle ricadute negative anche sulla nostra autonomia e non riesco molto a capire la tranquilla fiducia della Volkspartei. Ma accanto al solito gioco “noi contro l’Italia” dovremmo guardare alla nostra democrazia interna, a cui non si è nemmeno fatto cenno nel corso di questa campagna elettorale… eppure sono in atto grandi manovre di regia intorno alla nostra autonomia: sono in corso trattative con lo Stato, i presidenti delle due province sembrano essersi accordati sul futuro della Regione e ci sarebbe pure un gruppo di persone che nel loro tempo libero si incontrano per discutere sul futuro dell’autonomia in quel processo che chiamiamo Convenzione. La visione su quale direzione si debba andare e sucome debba diventare la nostra democrazia è ancora molto oscura e nebulosa… e non abbiamo usato la discussione sul referendum per confrontarci in proposito e fare chiarezza.
Questo referendum è quindi una opportunità persa. La Costituzione deve essere rinnovata e sarebbe potuto essere un apice della storia democratica. La grande partecipazione ai molti dibattiti organizzati su questo referendum mostrano che le persone si sentono chiamate in causa. Stiamo davvero vivendo un bel momento di cittadinanza attiva. Lo spettacolo che stanno dando i leader politici italiani è invece una tragedia.
Chiedo dunque di poter decidere in piena libertà semplicemente nel merito della questione referendaria, senza dovermi preoccupare dei giochi di potere che non hanno nulla a che vedere con il quesito. In questo senso mi aggrappo alla nostra cara vecchia Costituzione, la quale nell’articolo 1 dichiara in modo inequivocabile che: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Appunto.
29.11.2016
Brigitte Foppa

Coi piedi per terra…?
Frammenti di una ricerca collettiva intorno a un termine „irritante“.
Abbiamo parlato di „Bodenständigkeit“, dopo che ci eravamo inciampati su questo termine, nell’elaborazione della „Vision“ dei Verdi Grüne Vërc. Il „Törggelen“ ci pareva un luogo e una forma adatti per farlo.
Der „Stein des Anstoßes“ (nel senso che ha fatto rotolare altri sassi…) era questa frase:
„Die Bodenständigkeit und die verschiedenen Sprachen Südtirols sind für uns wertvoll.“ (che in traduzione letterale potrebbe essere reso così: Viviamo l’essere coi piedi per terra e le diverse lingue del Sudtirolo come un patrimonio prezioso.)
Abbiamo scelto di partire dalle posizioni polarizzate, riassunte da Corinna (contraria al termine) e Toni (che lo difende):

Bei der Diskussion über unsere Vision sind wir über den Begriff „Bodenständigkeit“ gestolpert. Vielleicht liegt das daran, dass wir dieses Wort nur mit alten, eher „konservativen“ Synomymen  wie Erd- und Heimat verbunden oder sesshaft und heimisch in Verbindung gebracht und es daher auch mit „legame con la propria terra“ übersetzt haben.
Es gibt aber auch eine andere Bedeutung von Bodenständigkeit, die wir für unsere Vision verwenden sollten. Denn Bodenständigkeit sollte m. E. nicht (nur) durch eine Verbundenheit zum Wohnort / zur „Heimat“ definiert sein. Bodenständigkeit sollte vielmehr Haltungen oder  Einstellungen zum Ausdruck bringen: Klarheit im Blick, Realitätsnähe und unkomplizierte Denkweisen auch in Fragen der Komplexität. Bodenständig hieße demnach „auf dem Boden (der Tatsachen) stehend“ und hätte die Bedeutung von „geerdet“ (con i piedi per terra).
In einer Zeit, wo Flexibilität gefragt und gefordert ist, könnte dieser Begriff vor allem „Ruhe im Inneren“ oder „Sicherheit und Achtsamkeit“ bedeuten.
Bodenständig wäre so betrachtet nichts Statisches und Unverrückbares, sondern die Voraussetzung, um von einer sicheren Basis aus Neues zu wagen, innovative und kreative Lösungen anzustreben.
(Toni Ladurner)

La Bodenständigkeit mi sembra un concetto inadeguato alla nostra realtà (la “Bodenständigkeit“ ha a che fare con terra, “radicamento“, radici, provenienza, proprietà, identità… – cosa che proprio noi Verdi dovremmo guardare con grande senso critico…) e ancora di più inadeguato per quanto riguarda il futuro (il futuro porta più incertezze che mai, arrivando a possibilità e scenari che per noi ora nono inimmaginabili – come possiamo, quindi, apprezzare di sentirci “con i piedi per terra“ per innalzarci a guardare lontano…?? Lontano dove? Non abbiamo la minima idea di cosa potremmo vedere in quella lontananza. A parte il fatto che non sappiamo nemmeno dove guardare…;)
Forse l’irritazione nasce anche da un concetto che “sento“ tra le righe, e cioè quello che „bisogna prima essere sicuri nella proprio identità (terra, radici, Heimat, Boden…), nel proprio ‘sentire’ per poter poi affrontare bene il mondo“. Questa concezione, spesa soprattutto a livello di insegnamento di lingua, non corrisponde alla realtà (come sappiamo è scientificamente comprovato) e non rende giustizia alle identità che modificano in continuazione. Non si parte da una base, la ‘base“ non esiste, è un concetto ‘inventato’. Non dovremmo noi Verdi legarci proprio a concetti così vecchi e superati.
(Corinna Lorenzi)

Ecco alcune delle riflessioni che abbiamo fatto, in modo anche contrastante, ma in un crescendo di comprensione reciproca:

  • A me il concetto rimanda comunque a periodi bui che avevano messo al centro proprio il „Sangue e suolo“.
  • Bodenständig lo sopporto solo se accoppiato a un termine antagonista complementare, tipo „Bodenständigkeit und Weltoffenheit“.
  • Per me è un termine brutto, mi costerebbe fatica votare un partito che ha questo termine nella sua Vision.
  • Per me il termine riporta alle radici e sto riflettendo molto in questo periodo sulla necessità di avere delle radici per poter volare.
  • Attualmente bodenständig non è una parola associata ai Verdi, ma dovrebbe esserlo, perché vorrebbe dire fare una politica più concreta e vicina alle persone, si starebbe di più „auf dem Boden der Tatsachen“ e meno „campati per aria“.
  • Nell’antico motto dei movimenti ecologisti „Pensare globalmente, agire localmente“ si trova già condensato questa complementarietà tra Bodenständigkeit e Weltoffenheit.
  • Sentirsi appartenere a una terra e la concretezza sarebbe necessario anche per gli italiani di questa provincia – e significherebbe essere meno lontani dalle persone. I Verdi sono percepiti a volte „per aria“, forse sono anche solo „troppo avanti“.
  • Il termine si rifa alla „Eigentlichkeit“ di Adorno. Anche se si potesse interpretare nel senso dell’autenticità e della genuinità, bisogna considerare che si colloca comunque in uno spazio semantico „occupato“. La soluzione sta probabilmente nella collocazione all’interno di una dialettica con un termine che contrasta l’eccesso di unilateralità.
  • Bodenständig ha un’accezione anche spirituale, che forse a volte non comprendiamo appieno.
  • Il significato di bodenständig in Tirolo rimanda comunque a Blut&Boden e al DJ Ötzi – ma se ad esempio si guarda questa Stube (al Kinighof a Signat, n.d.r.) si vedono elementi di integrazione con culture diverse. Anche questo è Südtirol!
  • Ho fatto una serie di traslochi e in quelle occasioni si scoprono sempre i legami e la fluttuabilità. Per me la Bodenständigkeit è positiva. I Verdi sono visti più sospesi per aria, l‘unica eccezione è costituita da Hans, che percepisco come veramente bodenständig.
  • I Verdi sono nati proprio in contrapposizione a un Sudtirolo percepito come statico e chiuso su sé stesso e sulle proprie tradizioni in modo asfittico. Non a caso si chiamavano molto esplicitamente Alternative Liste für das Andere Südtirol (ALFAS), con due riferimenti alla diversità, all’apertura. Oggi bisogna trovare un nuovo modo di contestualizzarsi, nei tanti dibattiti in giro per la provincia il nostro ruolo è spesso quello della controparte, a prescindere.
  • Potrebbe essere anche una questione generazionale? Per noi giovani la Bodenständigkeit non è più un tema. Forse in questo dibattito si specchia di più la differenza tra città e campagna.
  • Le mie associazioni sono positive: Geerdet, nachhaltig, weiblich.
  • Nella mia realtà comunale rilevo diversi tipi di Böden, di suoli (il bosco, i pascoli, il suolo sigillato nei centri…, e poi un diverso suolo nelle varie parti del paese…), di per sé il suolo è il tema più verde in assoluto. Noto che come consigliera comunale verde vengo percepita come quella che disturba la quiete. Verde comunque dà fastidio.
  • Lo stigma che portiamo come Verdi secondo me è legato al fatto che presentiamo lo specchio al Sudtirolo dominante, questo ci rende antipatici. Noto ai dibattiti con gli Schützen che come Verde sono considerata automaticamente come non-bodenständig, e quindi affermarlo nella Vision con forza, mi dà il senso di restituire questa parte di me che l’essere verde mi toglie.
  • Sono in Sudtirolo da molto, ma alla fine si resta sempre Gastarbeiter! Forse è proprio questa Bodenständigkeit che rende il Sudtirolo una terra escludente, mi sembra anche un concetto ridondante e che guarda indietro. Forse anche la somma di regole (che spesso conoscono solo gli addetti ai lavori, gli indigeni, gli Eingeweihten) distrugge i potenziali, la creatività.
  • Bello il dibattito sulla consapevolezza di quello che si è, sono una cittadina del mondo e in molti sperimentiamo l’equilibrio che deriva dall’essere in più terre. A volte spaventiamo come Verdi, perché abbiamo sempre la verità in tasca.
  • La Bodenständigkeit è bella e necessaria, specie per me che lavoro la terra. L’innovazione è possibile solo a partire da buone radici e il senso della realtà – che ad ogni modo non deve mai escludere.
  • Non basta usare il concetto di Bodenständigkeit insieme a un elemento antagonista, lo si deve anche spiegare. Per la Visione una soluzione potrebbe essere mettere delle note a pié di pagina.
  • Tutto dipende dal contesto. È il Südtirol che è bodenständig, non necessariamente noi come Verdi. Per noi può significare la cura dell’ambiente, della terra, specie per chi vive in montagna. Però bisogna liberare la Bodenständigkeit dall’idea di possesso. La terra è di Dio e se vogliamo usare il concetto dobbiamo sempre farlo in senso antipodico (v. le utopie concrete).
  • Ho imparato molte cose oggi. Non provo fastidio per il termine bodenständig, forse perché lo sono. Questo non mi impedisce di volermi magari anche trasferire a Vienna – mentre mia moglie viennese preferirebbe stare qui.
  • Possiamo pensare la Bodenständigkeit più come metodo, come modo di affrontare i problemi, in modo realista, concreto, appunto, coi piedi per terra.

Detto tutto questo (e molto altro e mi scuso per quelle parti che non ho trascritto e quindi restano solo nelle nostre memorie) siamo passati alla sperimentazione „fisica“ della Bodenständigkeit, mangiando, bevendo e chiacchierando, in una Stube in cui su di noi vigilavano, dal soffitto, lo Spirito Santo e, dalla parete, in bella complementarietà, La Divina Commedia.
Brigitte/16.11.16

Fino al 4 dicembre Florian Kronbichler partecipa ancora a tanti eventi informativi per promuovere il NO. Ecco le date degli eventi pubblici:

  • Donnerstag, 24. 11. vormittag im Walther-von-der-Vogelweider-Gymnasium in Bozen mit Philipp Achammer und anderen – auch über das Flüchtlingsproblem
  • Giovedì, 24/ 11 – 20.30 h, Cles in Val di Non. La riforma della Costituzione e le autonomie regionali.
  • Venerdì, 25/11 – 17 h Bolzano, con SEL speaker’s corner – angolo Via Museo-Cassa di Risparmio.
  • Venerdì, 25/ 11 – 18.30 h Bolzano, circolo cittadino, Municipio, dibattito sulla riforma costituzionale con Francesco Palermo. Moderatore Toni Visentini.
  • Lunedì/Montag, 28.11. – 20.00 h, Pfatten/Vadena – Riforma costituzionale con Guido Denicolò.
  • Dienstag, 29.11. – 20 h, Jenesien, Info-Abend über Verfassungsreform mit (wahrscheinlich) K.Abg. Renate Gebhard.
  • Mittwoch, 30.11. – 19.30 h – Schabs, Haus der Dorfgemeinschaft, Podiumsdiskussion zur Verfassungsreform zusammen mit SVP, Südtiroler Freiheit, Freiheitliche und Bürgerunion.
  • Freitag, 2.12. – 20.00 Toblach – Einzelheiten noch festzulegen.

Il tragico incidente alla stazione di Bolzano è sintomo di una emergenza profughi ormai cronica

fiocco neroLa triste notizia a momenti passava quasi inosservata: la scorsa notte un giovane eritreo è morto alla stazione di Bolzano travolto da un treno. I dettagli devono ancora essere chiariti, ma già da ora risulta chiaro che questo tragico incidente si è verificato anche a causa del fallimento delle politiche rivolte all’immigrazione e all’accoglienza profughi e all’incapacità del gestore delle ferrovie a controllare e mettere in sicurezza il proprio areale.
Da settimane le forze dell’ordine, così come i volontari e le volontarie e i semplici osservatori constatano come la situazione soprattutto a Bolzano stia degenerando. Sulle scale della stazione si raccolgono ogni notte rifugiati senza dimora, altre persone dormono sulle soglie delle case, sotto i ponti o in altri luoghi più o meno pericolosi all’addiaccio. Le sistemazioni per l’emergenza freddo sono accessibili solo negli orari notturni e a condizioni assurde come l’obbligo di presenza dalle ore 21 e il limite a usufruire del servizio per un massimo di 20 notti.
L’emergenza freddo è stata spostata lontano dal centro della città e sistemata nei magazzini della zona industriale: per chi decide di ripararsi lì ci sono scarse informazioni e soprattutto nessun trasporto o bus navetta a disposizione. È già successo che persone indirizzate all’ex Alimarket poi non vi siano mai arrivate.
Il diritto internazionale garantisce, fin dal primo giorno della domanda di asilo, il diritto a essere accolti dal paese ospitante. E tra i doveri umanitari è compreso l’aiuto e l’assistenza nell’emergenza e nel bisogno. La Provincia di Bolzano e il Commissariato del governo hanno chiuso gli occhi troppo a lungo di fronte alle centinaia di richiedenti asilo che con mezzi propri raggiungevano Bolzano, e adesso è evidente che il sistema ha troppe falle. Tra le altre cose, la Giunta fa riferimento all’adempimento del contingente statale, ma le liste dei presenti non vengono aggiornate e quindi il conteggio in realtà non torna.
Indipendentemente da calcoli e tabelle però, il fallimento di una società e delle sue istituzioni emerge anche da fatti tragici come quello di questa notte, quando le persone cercano di fuggire aggrappandosi ai treni merci. Porsi delle domande, guardare bene, aiutare (invece di perdersi in calcoli) sarebbe la  cosa più urgente da fare.
 
Brigitte Foppa, Riccardo Dello Sbarba, Hans Heiss
Bolzano, 22.11.16

Il Parlamento italiano ha deciso in primavera con i soli voti della maggioranza di governo di modificare la Costituzione in diversi punti chiave. Su questa cosiddetta “riforma costituzionale” i cittadini potranno finalmente votare il prossimo 4 dicembre. Con un sì o un no – cioè se può entrare in vigore oppure no.
Noi Verdi vogliamo essere cittadine e cittadini responsabili. Innanzitutto andando a votare, questo per noi è ovvio. La Costituzione è lo scudo della nostra democrazia, così come della nostra autonomia. Non vi può essere nessuna buona autonomia senza una buona Costituzione. Nemmeno la migliore “clausola di salvaguardia” potrà mai compensare i danni provocati dal deterioramento della Costituzione. L’ordine dell’Obmann Achammer che “noi dobbiamo badare solo al Südtirol e tutti gli altri aspetti non ci devono interessare” è per il nostro concetto di politica, anche di politica per l’Alto Adige, assolutamente incomprensibile. Per noi conta sempre anche il quadro generale.
 A noi Verdi questa riforma costituzionale non piace. Gli aspetti negativi superano di gran lunga quelli positivi. Quindi voteremo convintamente NO. Le ragioni del nostro No sono sommariamente elencati nel piccolo volantino e nei manifesti che distribuiremo in tutta la provincia e dalle argomentazioni che stiamo presentando in tantissimi incontri con la popolazione. Essi sono condivisi con un’ampia area politica schierata per il NO. Cogliamo l’occasione per ringraziare il “Comitato Nazionale per il No” e in particolare ringraziamo i diversi esperti, come Thomas Benedikter, che hanno redatto e messo on line opuscoli informativi in lingua tedesca. L’impegno per il No non conosce confini di partito e la sua possibile vittoria non porterà il nome di alcun partito.
Resistenza ad una contro-riforma
Noi Verdi sono convinti che l’Italia ha bisogno di riformare le sue istituzioni democratiche. Ma la riforma deve andare nella direzione di maggiore democrazia, trasparenza e partecipazione e non porsi al servizio del mantenimento del potere e sotto la pressione di presunte esigenze economiche. La riforma approvata dalla maggioranza è una contro-riforma. Il nostro no è una resistenza. Noi vogliamo resistere contro la centralizzazione dello stato, contro lo smantellamento della democrazia, contro l’erosione dell’autonomia regionale e provinciale e contro la legge elettorale “Italicum”, che in collegamento con la riforma costituzionale ha l’effetto di falsificare la volontà delle elettrici e degli elettori e porta direttamente a un regime di un uomo solo al comando.
 La Svp non nega tutti questi aspetti negativi. Ma ritiene una compensazione sufficiente la cosiddetta clausola di salvaguardia per le Regioni a statuto speciale. Per noi, questa è ingenuità o imbroglio. La clausola di salvaguardia (che noi per questo chiamiamo “cosiddetta”) non protegge affatto l’autonomia dell’Alto Adige – e di sicuro non per sempre. Si tratta al massimo di una clausola di rinvio. Gli svantaggi della riforma costituzionale ci colpiranno a scoppio ritardato e, nel caso migliore, leggermente attenuati. Per decidere sul modo in cui per l’autonomia dell’Alto Adige si dovrà arrivare a una “revisione sulla base di intese” (quanto vaga è questa formulazione!) è stato istituito l’ennesimo “Tavolo Bressa”. L’annuncio del negoziatore Zeller che ne sarebbe uscita la “clausola di salvaguardia migliore mai raggiunta” è da prendere sul serio come le promesse di Renzi sulla ripresa economica imminente in Italia.
Il vicolo cieco di un’autonomia “tra amici”
Il Sì del Presidente della Giunta provinciale e della Svp era prevedibile ed è comprensibile. La politica autonomistica che perseguono solo apparentemente passa dai rapporti istituzionali tra Provincia e Stato; in realtà preferiscono puntare tutto sui rapporti personali preferenziali col capo del governo, con alcuni ministri e col partito di maggioranza. Questo porta di tanto in tanto discreti successi, ma può non essere una strategia ottimale per l’autonomia e ha il suo prezzo.
In tutta la vicenda della riforma costituzionale non c’è mai stato il minimo dubbio che la Svp dovesse appoggiare Renzi su una questione che è il banco di prova per la sua sopravvivenza. Renzi e il suo delegato per l’Alto Adige Bressa avrebbero considerato un no alla riforma costituzionale come un tradimento e un’ingratitudine. E la vendetta sarebbe stata crudele. Troppe norme di attuazione, troppi accordi finanziari, troppe concessioni sono basate sui buoni rapporti personali e non su veri e propri “diritti”.
Così accade con la “clausola di salvaguardia” nella riforma costituzionale. Non va negato: “tra amici” e “in buone relazioni politiche” si può anche ottenere qualcosa. Ma il senatore Zeller esagera se dice che il Sudtirolo non ha mai avuto una garanzia migliore. Così minimizza i tanti successi che egli stesso ha ottenuto nel corso dei suoi oltre 20 anni di attività. E ogni volta era “la migliore”! Stavolta però rischia, con questa “migliore”, di mettere a rischio il bene dell’autonomia.
Un’ambigua “clausola di salvaguardia”
Festeggiare la cosiddetta clausola di salvaguardia come fosse una “clausola di indipendenza” è contraddittorio e perfino dannoso. Perché contraddittorio? La riforma costituzionale nel suo complesso deve essere davvero pessima, se per l’Alto Adige è necessario difendersi dai suoi effetti con la “migliore clausola di salvaguardia”.
La SVP vota sì a qualcosa da cui si deve proteggere
Questa contraddizione logica sveglierà il can che dorme.
In quel Parlamento che domani dovrà approvare la revisione dello Statuto di autonomia, il risentimento delle altre regioni è già percepibile. La ministra e madrina della riforma Elena Boschi avrà avuto i suoi buoni motivi per evitare di dedicare una sola diapositiva, o una sola parola, alla famosa “clausola di salvaguardia” per le regioni speciali. Di certo non se l’è dimenticata. Vuole evitare la rabbia delle regioni ordinarie almeno fino al referendum.
Il Sì della Svp a questa riforma costituzionale si rivelerà nel lungo periodo un danno storico per l’autonomia dell’Alto Adige. Per la “clausola di salvaguardia” la Svp si gioca la solidarietà delle altre regioni d’Italia. Questo potrebbe costarci molto caro.
Ci si accorgerà presto che l’autonomia, anche l’autonomia speciale, è meglio protetta in una Italia del federalismo e del regionalismo, che in un’Italia del centralismo e delle regioni ordinarie castigate.
La strada della (provvisoria) eccezione dal peggioramento si rivelerà un vicolo cieco. Tra le potenti regioni limitrofe già bolle la rabbia. E se domani un (diverso) governo o la Corte Costituzionale, in nome dell’”interesse nazionale” o per “l’unità economica e politica dello Stato,” cominceranno a tagliare i “privilegi” dell’Alto Adige e noi correremo a protestare a Roma, a Vienna, o in Europa, la risposta sarà: ma voi questa Costituzione l’avete votata!
In quel momento noi Verdi sudtirolesi vogliamo poter dire: Noi non l’abbiamo fatto!
Per questo votiamo NO il 4 dicembre.
Bolzano, 14. 11.2016
Florian Kronbicher – Parlamentare
Brigitte Foppa, Riccardo Dello Sbarba, Hans Heiss – Gruppo Verde in Consiglio Provinciale

L’impensabile è successo: Donald Trump è presidente degli Stati Uniti. Dal punto di vista dei Verdi si tratta di una catastrofe per la politica di tutela del clima.
Primo, per il clima in senso stretto.
Trump non solo è il campione delle energie fossili, che ha già anbnunciato il grande ritorno al carbone e al petrolio. Ma è anche uno degli ultimi che nega il cambiamento climatico. Adesso gli sforzi della comunità internazionale contro il riscaldamento del pianeta rischiano di essere vanificati, poiché con Trump c’è da temere grandi passi indietro nella politica mondiale sul clima. Quel che significa per il nostro pianeta è facilmente immaginabile.
Secondo, per il clima nelle relazioni umane.
Trump è un arrogante propugnatore dell’esclusione, dell’isolamento, del razzismo e del sessismo. La politica dell’immigrazione verrà inasprita e subirà restrizioni. Se Trump realizza anche solo una parte dei suoi annunci, il clima sociale negli Stati Uniti si indurirà e tracimerà oltre i confini del Nord America un’ondata di rifiuto e mancanza di solidarietà. La conseguenza: le persone migranti saranno abbandonate all’Illegalità, alla criminalità, alla deriva sociale.
Terzo, per il clima politico.
Con Trump vince un populista che con incredibile superficialità e mancanza di rispetto a portato in auge uno stile politico che da persone democratiche come noi può essere solo respinto. Le urla di triuonfo dei populisti europei e la crescita anche in Europa della estrema destra ci fanno temere che si stia aprendo una nuova era della politica in cui il consenso, l’approfondimento, il confronto ragionato e culturalmente elevato avranno sempre meno spazio.
In questo senso anche noi, nella nostra piccola provincia, siamo coinvolti da questo risultato americano. L’8 novembre 2016 è un giorno nero per tutte le persone impegnate per un mondo solidale, ecologico, fondato sulla collaborazione, la dignità umana e la giustizia tra i generi.  
 
Brigitte Foppa  e Hans Heiss,
Co-portavoci provinciali Verdi Grüne Vërc
Bolzano, 9. 11. 2016

Questo il motto di un incontro-dialogo che si è svolto sabato, 5 novembre al Centro cure palliative Martinsbrunn a Merano.

klanggarten-martinsbrunnDa tempo il Gruppo Verde in Consiglio Provinciale si occupa del significato ecologico degli orti con diverse azioni politiche. Ma Orti e giardini non sono solo luoghi della sostenibilità e pezzi di terra in cui si coltivano piante, ortaggi e fiori, ma veri e propri luoghi di benessere e terapia. Tutti e tutte, giovani e anziani, persone sane e ammalate, disagiate o meno possono trarne vantaggio. Anche la politica deve tenerne conto e creare le condizioni adeguate. Con questo obbiettivo il Gruppo di lavoro Social&Green ha organizzto, insieme al Gruppo Verde in Consiglio provinciale, un evento-dialogo.
Oltre alle informazioni sulla pratica dell’orto a scopo terapeutico e la presentazione di progetti d’avanguardia che esistono in Alto Adige, è stato formulato anche un elenco dettagliato di proposte rivolte alla politica. Il tema degli orti nel settore sociale ha una grande rilevanza, anche se è ancora percepito come “nuovo”.
Gli orti in situazioni come case di cura o ospedali rendono possibile una maggiore permeabilità tra la struttura e la società, una maggiore autodeterminazione dei e delle ospiti nel percorso di recupero e, infine, accrescono la qualità della vita e regalano esperienze meravigliose anche a chi è arrivato alla fine della propria vita.
Per questi motivi sarebbe indispensabile che ogni struttura sociale e sanitaria fosse dotata di un orto e/o aree verdi. Per rendere possibile questo servono i necessari presupposti urbanistici. Devono essere sostenute le associazioni che lavorano già oggi con progetti innovativi di orti terapeutici, devono essere riconosciuti i profili professionali legati a questa metodologia e devono essere creati percorsi di formazione adeguati.
Il gruppo Verde presenterà presto in Consiglio provinciale le proprie proposte su questi punti nella consapevolezza che gli orti fanno bene e che la società ne ha sempre più bisogno.
Relatrici e relatori:
Perché il nostro benessere ha bisogno di un orto? – Edith Verginer, ortoterapeuta
L’effetto benefico di musica, suoni e colori sui pazienti nel Giardino dei Suoni –  Andrea Gabis, Martinsbrunn, Merano
Il giardino dei sensi nella Residenza di cura e per anziani a Laces – Iris Cagalli, direttrice
Un orto per il reinserimento nel Centro di training professionale – Robert Erb, Comunità comprensoriale Burgraviato
Un giardino per la musica sopra il reparto di Oncologia a Bolzano –  Gruppo TERRAE
Moderazione: Katharina Ehrlacher – Blufink
foppa-tragust garten-onkologie
Brigitte Foppa, Riccardo Dello Sbarba, Hans Heiss – Gruppo Verde in Consiglio Provinciale
Karl Tragust – portavoce Social&Green

Alcune riflessioni dopo l’incontro con Rosanna Sestito.
DSC_0007Lunedì 10 ottobre 2016 abbiamo incontrato all’Archivio delle Donne di Bolzano Rosanna Sestito, ostetrica formatasi a Bologna, laureata successivamente anche in sociologia e antropologia. Con alle spalle una esperienza lavorativa di diversi anni con Medici Senza Frontiere in diversi Paesi africani come il Gibuti, Angola, Liberia, Congo, Costa d’Avorio, attualmente è dottoranda presso l’Università di Losanna e sta svolgendo una ricerca sempre su questioni di genere in Iran.
Gentilmente ha messo a disposizione delle Donne Verdi e del Gruppo Verde in Consiglio provinciale la sua lunga esperienza con donne con mutilazioni genitali e il suo bagaglio di conoscenze di un mondo e di una pratica da noi tanto lontani quanto condannati.
Ecco alcune delle informazioni che mi sono rimaste più impresse (senza velleità di completezza) e che avranno bisogno di ulteriore riflessione e di una profonda rielaborazione:

  • L’escissione di parte degli organi sessuali femminili è una pratica patriarcale, volta a controllare il corpo della donna, a preservarne la purezza e la castità.
  • È una pratica risalente a un periodo anteriore a tutte le religioni attualmente vigenti. Il Corano non la prescrive, come non prescrive nemmeno la circoncisione.
  • Viene praticata in Paesi dalle religioni più diverse, anche in comunità cristiane ed ebraiche.
  • Il Paese al mondo con la percentuale più alta di donne escisse è l’Indonesia, seguita dalla Malesia. In quasi tutti i paesi in cui viene praticata, questa operazione è fuori legge. È molto facile però procurarsi il kit medico sterilizzato. Nonostante sia vietato in molti paesi viene effettuato dai medici, anche ambulatorialmente. Dati dicono che in questo modo la mortalità e le complicazioni dal punto di vista fisico sono molto diminuite o addirittura scomparse.
  • L’escissione di parte degli organi sessuali femminili viene vista nei paesi in cui viene praticata come un rito di passaggio e di appartenenza. Una pratica senza la quale non si diventa vere donne e non si viene accettate. Nei Paesi in cui viene praticata non si è donne per natura. Lo si diventa proprio con questa pratica.
  • Il ricordo di questa pratica è diversa da donna a donna: ci sono le donne che ne hanno un vissuto traumatico e di violenza, in altre invece prevale il ricordo della festa, dell’accoglienza in una comunità.
  • Molte di queste donne non condannano i loro genitori per averle sottoposte a questa pratica, perché non era loro intenzione fare loro violenza.
  • Esistono molte donne e organizzazioni femministe africane che fanno un lavoro egregio di sensibilizzazione volto a estirpare questa prassi così profondamente radicata e che viene portata avanti molto spesso dalle nonne.
  • Con la vittimizzazione e i nostri discorsi sui diritti umani, così come con le argomentazioni sanitarie non si va molto lontano. Il fenomeno è culturale, antropologico, radicato in profondità in culture altre da noi.
  • È molto importante differenziare tra pratica e donne sui cui è stata fatta: bisogna condannare la pratica, non le donne che l’hanno subita!
  • In Emilia Romagna è stato redatto un protocollo di comportamento per il personale medico e paramedico che si trova a dover trattare donne che nell’infanzia sono state escisse. Esclamazioni del tipo “signora come l’hanno ridotta” non aiutano, anzi… Le donne immigrate subiscono in questo senso una doppia violenza. Subiscono l’escissione da bambine, perché altrimenti non diventano “donne perfette” e una volta arrivate in Europa, queste stesse donne diventano mutilate, donne incomplete, donne imperfette, da rimettere a posto.
  • In Europa l’intervento di educazione e sensibilizzazione alla nascita delle figlie è molto importante. La Francia svolge un servizio molto interessante in questo senso: tutte le mamme, a prescindere da cultura e provenienza, per alcuni mesi dopo il parto ricevono supporto ostetrico, psicologico, ecc. Quando il servizio incontra mamme provenienti da Paesi in cui è diffusa tale pratica, il supporto e le attività di educazione e sensibilizzazione vengono organizzate in modo da convincere i genitori a non sottoporre le proprie figlie a questa pratica.
  • La terminologia stessa è ancora oggi oggetto di acceso dibattito. Il termine “mutilazioni” porta in sé il significato di incompletezza, di diffettoso. È una terminologia che tende alla vittimizzazione. Ma molto spesso le donne escisse non hanno consapevolezza su che cosa manchi loro. Sanno che qualche cosa è stato loro tolto, ma non sanno che cosa. Tra le giovani donne immigrate è in crescita la richiesta di essere “ricostruite”, “riparate”. E nonostante alcuni chirurghi sostengano il contrario, non è possibile ricostruire le parti escisse.

Da questo incontro sono uscita con tante sensazioni contrastanti. La consapevolezza di aver imparato un sacco di cose, ma soprattutto con un grandissimo insopportabile fastidio. Un fastidio strano, un dolore fisico che partiva dalla pancia e finiva in un gran turbinio in testa in cui si affollavano e scontravano pensieri e opinioni.
Un fastidio tutto interiore, dovuto al fatto che le argomentazioni di Rosanna Sestito hanno scardinato in me alcune certezze e hanno svelato nella sua complessità un tema che normalmente si tende a velare con poche e brutali semplificazioni e ancor meno informazioni fondate.
Il fastidio di far parte di un mondo che ha in sé una visuale coloniale che ha avuto sempre come scopo quello di occupare e annientare e che ci ha lasciato come eredità la tendenza ad appiattire tutto secondo i nostri canoni di giudizio.
Il fastidio di non poter più avere un’opinione chiara e categorica su che cosa sia giusto o sbagliato. E quindi di non poter più schierarsi facilmente da una parte o dall’altra.
Man mano però che tutte queste informazioni si sono sedimentate, a dare un po’ di sollievo si sta riposizionando, con forza ancora maggiore rispetto a prima dell’incontro, la certezza che sempre e prima di tutto viene il benessere delle donne… e che a volte questo può essere raggiunto in modo più efficace facendo un passo indietro, dando spazio e riconoscimento a chi effettivamente con cognizione di causa e da più tempo porta avanti una battaglia per l’integrità e l’autodeterminazione delle donne proprio in quelle parti del mondo. Il nostro giudizio europeo, la condanna della pratica che troppo spesso si confonde con la vittimizzazione delle donne che l’hanno subita, spesso non è di aiuto, anzi, la maggior parte delle volte è addirittura controproducente.
Gli interrogativi e i dubbi restano comunque tanti e difficili:
Possiamo accettare che una pratica patriarcale, volta al controllo del corpo della donna e a preservarne la purezza e la castità a costo di asportare parte dei suoi organi genitali, venga praticata da culture diverse dalla nostra e accettata dalle stesse donne come un rito di passaggio e appartenenza? E consce di questo, riusciamo a condannare questa pratica invasiva e fuori dal tempo, senza vittimizzare le donne su cui è stata praticata e condannare le famiglie che la fanno praticare?
Anche noi donne europee non siamo immuni da mutilazioni, le quali vengono spesso camuffate da “interventi di chirurgia estetica” come il ringiovanimento vaginale, la labioplastica di piccole e grandi labbra, la perineoplastica, la liposcultura, l’imenoplastica, il rifacimento dei seni per non parlare degli interventi alla nascita di bambin* intersex. Ci possiamo permettere di giudicare senza prima fare i conti con gli scheletri che abbiamo negli armadi in casa nostra?
Ma la domanda che più mi lacera e a cui non so proprio se mai saprò dare una risposta è: che cosa abbiamo fatto noi donne per dover e voler subire questo tipo di interventi? Qual è stato il momento nella storia dell’umanità in cui si è voluto ricorrere al controllo del nostro corpo e della nostra capacità riproduttiva? Che cosa c’è di male nel nostro corpo da indurci a ricercare un ideale di “perfezione” che con il tempo cambia, si trasforma, ci perseguita e che ha il solo scopo di farci sentire sbagliate in qualsiasi parte del mondo ci troviamo?
Quello che possiamo davvero fare è iniziare a parlarne, possibilmente libere dal pregiudizio, è continuare e migliorare il lavoro su noi stesse, sull’autodeterminazione dei nostri corpi. E affiancare il nostro lavoro a quello di tante donne in altre parti del mondo in modo solidale, alla pari, perseguendo un comune obiettivo: il benessere fisico e mentale delle donne, nel pieno rispetto dell’autodeterminazione di ognuna di noi.
Archivio delle donne, 10.10.2016.
Serena Rauzi, Coordinatrice – Gruppo Verde in Consiglio provinciale
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