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Morte del piccolo Adan: ancora nessuna chiarezza

Sulla morte del piccolo Adan l’assessora si nasconde dietro un muro di burocratico silenzio.
Con una interrogazione del Gruppo verde la TRAGICA vicenda del profugo curdo irakeno è arrivata per la prima volta in Consiglio provinciale. Dall’assessora né chiarezza sui fatti, né una parola di cordoglio o di scusa verso la famiglia. Non resta che sperare che le inchieste giudiziarie in corso facciano quella chiarezza che la politica non sa o non vuole fare.

La risposta a una interrogazione di attualità del Gruppo Verde sulla tragica sorte del piccolo profugo curdo irakeno avrebbe dato alla assessora Stocker la possibilità di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda, oltre, magari, a chiedere scusa di quanto accaduto e mostrare la volontà di una autocritica da parte delle istituzioni responsabili.
Niente di tutto ciò è accaduto. Nella sua brevissima e burocratica risposta l’assessora ha rimandato alla versione ufficiale fornita nell’ormai lontana conferenza stampa del 10 ottobre, una versione che ha mostrato di fare acqua in molti punti.
Nessuna riflessione autocritica, nessun chiarimento su norme, procedure o responsabilità che hanno portato al mancato accoglimento di questa famiglia vulnerabile in strutture pubbliche. In compenso, un generico rimando alle “previste consultazioni con gli organi statali”, che suona come uno scarico di responsabilità da parte della Provincia.
Di fronte a questa sconcertante, fredda e burocratica presa di posizione, il consigliere Dello Sbarba ha posto una ulteriore domanda a voce su un fatto preciso e circostanziato.
Poiché nella conferenza stampa del 10 ottobre l’assessora Stocker aveva affermato che non erano arrivate alla Provincia richieste formali di accoglienza per questa famiglia, Dello Sbarba ha citato la mail che il 4 ottobre alle ore 10.09 , tre giorni prima della morte di Adan, la responsabile per i profughi dell’Azienda Sanitaria aveva inviato ai Servizi sociali e alla Provincia (ufficio distretti sociali) in cui si chiedeva esplicitamente che fosse reperito un alloggio per la famiglia.
In particolare, a responsabile dell’Azienda Sanitaria comunicava che in quel giorno il piccolo Adan sarebbe stato dimesso, che lui e la sua famiglia non avevano alcun posto per dormire, ma erano sulla strada e per questo chiedeva che fosse reperito un alloggio. Allegato alla mail veniva inviato anche il certificato medico di dimissione in cui si legge che “la patologia di Abdullah è molto complessa, invalidante e necessita di stretto monitoraggio e cure continue”.
Dello Sbarba ha chiesto se all’assessora risultata che questa mail esistesse, se ad essa la Provincia aveva dato una risposta e chi, e quando, e come.
L’assessora ha di nuovo preferito svicolare, dicendo che questi fatti sono in corso di accertamento e che quando ci saranno novità saranno comunicate.
Noi Verdi riteniamo che questo modo di rispondere sia inaccettabile.
La Provincia ha il dovere di mettere le carte in tavola e ha tutti gli strumenti e le conoscenze per fare chiarezza sia da un punto di vista politico che amministrativo.
E’ inaccettabile che davanti a tutto ciò che è accaduto venga eretto un muro di silenzio. E’ inaccettabile che si cerchi ancora di scaricare le responsabilità. E’ inaccettabile che non si colga l’occasione in cui per la prima volta la vicenda viene portata in Consiglio provinciale, e dunque davanti all’opinione pubblica, la Giunta provinciale non trovi almeno qualche parola di cordoglio e non chieda scusa alla famiglia.
Non resta che sperare che le inchieste giudiziarie in corso facciano quella chiarezza che la politica non sa o non vuole fare.

Bolzano, 07.11.2017

Riccardo Dello Sbarba, Hans Heiss, Brigitte Foppa

Cinque smentite all’assessora Stocker

La tragica vicenda del bambino profugo curdo morto a Bolzano ha sollevato in tutto l’Alto Adige una forte emozione. Ciò dovrebbe portare i responsabili politici e amministrativi a un profondo esame di coscienza. Al contrario, l’assessora Stocker continua a scaricare le responsabilità su altri, con argomenti che sono contraddetti dai fatti.

  1. In una intervista l’assessora oggi afferma che: “Da nessuna parte è venuta la richiesta che la famiglia fosse accolta in una struttura pubblica”. Questo non è vero. Non solo questa richiesta è stata fatta quotidianamente da volontarie e associazioni, ma è arrivata addirittura dalla Azienda Sanitaria al momento della dimissione del piccolo Adan dall’ospedale.
    Questi i fatti: la mattina del 4 ottobre 2017 alle ore 10:09 la Coordinatrice dell’ambulatorio STP e referente dell’Azienda Sanitaria per i profughi ha inviato una mail ai Servizi Sociali di Bolzano e all’ufficio distretti sociali della Provincia comunicando che in quel giorno il piccolo Adan sarebbe stato dimesso, che lui e la sua famiglia non avevano alcun posto per dormire, ma erano sulla strada. In base a tali fatti, la Referente dell’Azienda Sanitaria richiedeva per scritto a Servizi sociali e Provincia che fosse reperito un alloggio per la famiglia. Insieme a questa mail la Referente dell’Azienda Sanitaria allegava il certificato medico di dimissione firmato sempre il 4 ottobre 2017 dal dott. Federico Mercolini, in cui si legge che Adan “è affetto da distrofia muscolare di Duchenne, complicata da candiopatia dilatativa. Soffre inoltre di difetto di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi. La patologia di Abdullah è molto complessa, invalidante e necessita di stretto monitoraggio e cure continue”. Dunque fin dalla mattina del 4 ottobre la Provincia era informata della situazione e aveva ricevuto richiesta ufficiale di accoglienza in un alloggio adeguato.
  2. Durante la conferenza stampa di martedì 10 ottobre, sempre a proposito dell’uscita dall’ospedale del piccolo profugo curdo, l’assessora Stocker ha affermato per ben due volte che si è trattato di una “geschützte Entlassung„ cioè di una „dimissione ospedaliera protetta“. Se con queste parole l’assessora Stocker si riferisce alla procedura prevista sotto questo titolo, ciò non risulta ed è contraddetto dalla stessa mail della Referente dell’ambulatorio STP dell’ospedale. Ricordiamo che per “dimissione protetta“ si intende una precisa procedura programmata dall’Azienda Sanitaria in stretta collaborazione con il medico di famiglia, i servizi infermieristici sul territorio e la stessa famiglia ed ha come presupposto che il paziente così dimesso abbia un domicilio adeguato al fine di garantire la massima continuità dell’assistenza. Nessuna di queste condizioni era presente nel caso del piccolo Adan: La famiglia non aveva alcun domicilio sul territorio altoatesino, non aveva nessun medico di famiglia, non aveva nessun alloggio adeguato alle cure dovute a un paziente come questo.
  3. L’assessora afferma che la famiglia ha sempre avuto una sistemazione. Si dimentica di dire che tali sistemazioni non sono state fornite dalle istituzioni competenti, ma dalle volontari e dai volontari come potevano, attraverso una raccolta privata di fondi. Si dimentica di dire che tali sistemazioni erano provvisorie (una notte addirittura il pavimento di un centro giovanile) poiché un alloggio adeguato per un bambino con gravi patologie potevano e dovevano fornirlo solo le pubbliche istituzioni. E’ dunque inaccettabile che l’assessora Stocker ripeta di continuo che la mano pubblica non è intervenuta perché della famiglia si stavano occupando persone private volontarie. Chiunque, giornalisti o politici come Ulli Mair, dica che i volontari dovevano “avvertire prima l’opinione pubblica”, parla non conoscendo i fatti.
  4. “Ci ho messo sempre la faccia” dice l’assessora Stocker oggi in una intervista. Anche questo non è vero. In questa settimana l’assessora non ha mai accettato un confronto alla pari, tanto che si è perfino rifiutata di partecipare a un Pro&Contra alla RAI in cui era presente una volontaria che aveva seguito giorno per giorno il caso di Adan. Invece di questo confronto, l’assessora ha preferito comparire da sola il giorno dopo nel Mittagsmagazin della Rai.
  5. Infine: l’assessora ripete che la circolare provinciale del 2016, che limita l’accoglienza delle persone vulnerabili (il cui ritiro è stato chiesto persino dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati UNHCR) avrebbe consentito l’accoglienza di un caso come questo. Questo argomento è semmai un’aggravante, perché il fatto incontrovertibile è che l’accoglienza non c’è stata.

Non sappiamo oggi – e non compete a noi stabilirlo – quanto la mancata accoglienza abbia influito sulla sorte del piccolo Adan. Una cosa però è certa: la circolare era lo specchio dell’atteggiamento generale della Provincia nella politica di accoglienza, cioè quella di “accogliere il meno possibile, altrimenti arrivano tutti da noi”.
Di questa impostazione politica errata è responsabile non solo l’assessora Stocker, ma l’intera Giunta provinciale.

Bolzano, 12 ottobre 2017

Il Gruppo Verde in Consiglio provinciale

L’ennesimo dramma dell’accoglienza negata

In merito alla tragica morte a Bolzano del minore disabile e profugo curdo-iracheno, il Gruppo Verde in Consiglio provinciale ha presentato questa interrogazione urgente per chiedere alla Giunta provinciale una dettagliata ricostruzione dei fatti e delle responsabilità, il perché una famiglia così vulnerabile non sia stata accolta nelle strutture pubbliche, se ciò è stato dovuto alle circolari restrittive del 2016 che riguardavano proprio i soggetti vulnerabili e se la Giunta ritiene a questo punto di imprimere una decisa svolta alla propria politica di accoglienza.

INTERROGAZIONE D’ATTUALITÁ

L’ennesimo dramma dell’accoglienza negata

Nella notte tra sabato 7 e domenica 8 ottobre un minore disabile curdo-irakeno è morto dopo aver riportato delle fratture dovute alla caduta a causa di una barriera architettonica e dopo aver passato insieme alla famiglia (genitori con altri 3 fratellini più piccoli) diverse notti all’addiaccio o in sistemazioni precarie, senza avere mai avuto possibilità di accesso alle strutture di accoglienza.

 

Si chiede alla Giunta:

  1. Quando, in che forma e in quali termini la Provincia è venuta a conoscenza del caso di questa famiglia e del minore disabile?
  2. Qual è la ricostruzione dei fatti da parte della Provincia?
  3. Quali e di chi sono le responsabilità politiche e amministrative delle decisioni prese per questo caso specifico, in particolare della non accoglienza in strutture pubbliche?
  4. Perché il minore disabile, i suoi genitori e i fratellini non sono stati accolti, pur risultando tra i soggetti vulnerabili con diritto alla piena accoglienza? La negazione all’accoglienza è stata determinata dalle circolari della Ripartizione politiche sociali della Provincia del 29 settembre e 3 ottobre 2016 sui soggetti vulnerabili?
  5. Se sì, la Provincia ha intenzione di ritirarle?
  6. Non ritiene la Giunta che come indirizzo politico sia da adottare il principio che il soccorso umanitario debba avere la precedenza rispetto a tutti gli aspetti e cavilli burocratici?
  7. Che misure verranno prese ora per la famiglia del minore morto? E per tutti i soggetti vulnerabili ancora esclusi dalle strutture di accoglienza e costretti a dormire al freddo?

 

Bolzano, 9 ottobre 2017

Cons. prov.

 

Riccardo Dello Sbarba

Brigitte Foppa

Hans Heiss

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