La storia saremmo noi…

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Brigitte FoppaRegioNeLiveEravamo venuti per fare una legge (e uso il termine FARE a proposito, perché sa di artigianale, di semplice, sa di lavoro manuale e per questo mi piace). Una di quelle poche leggi sulle quali c’è attesa, attenzione pubblica. Da questa legge saremo misurati per il resto della legislatura.
Nei giorni scorsi, ivece, abbiamo perso l’ennesima occasione. Che si aggiunge a quelle perse in tutti gli ultimi mesi, da quando è scoppiato lo scandalo delle pensioni.

Era l’occasione di compattarsi, come dovrebbe avvenire nei tempi di crisi.
Perché tutta la classe politica è andata in crisi in questo scandalo. C’era chi era più nel mirino, chi meno, ma tutti quanti siamo precipitati nel baratro del disprezzo. Per me che sono all’inizio della carriera politica è stato un vero choc. Ho visto come sono cambiati gli sguardi per strada quando ci incontrano. Ho notato come è cambiato il linguaggio dei non-politici quando parlano dei politici. Ho visto crescere la sfiducia verso tutti noi e, soprattutto, ho visto calare la partecipazione alle elezioni del 10%. Questo è il drammatico significato, la terribile conseguenza dello scandalo pensioni! È andata persa la fede nella democrazia che noi rappresentiamo.

Ma non di questo si è parlato negli ultimi giorni dentro al Consiglio regionale. Qui hanno preferito (non tutti) parlare di quello che perdono loro. I loro cosiddetti diritti per alcuni sono più importanti – confermando che chi vede i politici solo ripiegati su sé stessi ha ragione. È solipsismo collettivo, ma non solo.

In effetti, dobbiamo fare una legge su noi stessi, quindi è logico interrogarsi su quello che è giusto per noi. Compito non facile, certo. Bisogna essere molto coraggiosi, molto onesti e, soprattutto, molto adulti. Invece mi è sembrato, ascoltando i colleghi, di tornare agli anni in cui insegnavo alle medie e chiedevo ai ragazzi, a fine anno, di darsi loro stessi il voto. C’erano sempre parecchi alunni che, pur sapendo di aver sempre preso insufficienze, si davano sette. Dicevano, quando gli chiedevo come mai, che si meritavano di più.

Noi non dobbiamo essere come questi miei alunni, però. Da noi, che siamo stati eletti, ci si aspetta di più.

Ci si aspetta anzitutto la presa di coscienza di quello che stava dietro allo scandalo della legge del 2012. A questo doveva servire la rabbia pubblica, la protesta, anche nelle forme non qualificate, che magari hanno ferito. Bisognava arrivare all’esame del proprio operato. E invece chi ha fatto questa autocritica è stato vituperato dai colleghi politici come se fosse un traditore.

Era il momento di farsi delle domande su quello che è la politica.
Sui compiti della politica.
Sui doveri del politico, della politica verso il suo elettorato.
Sui meccanismi di sicurezza per non farci tentare dalle facilitazioni e dal potere che abbiamo di renderci la vita un po’ più facile ed agiata.
Su come preservarci l’umanità e la semplicità della vita di tutti i giorni.
Su come creare le regole del gioco stando dentro al gioco.

Soprattutto su come restare cittadine e cittadini. Ho osservato il linguaggio dei colleghi politici e ho notato che parlano sempre di “noi” che è l’opposto di “loro fuori”. “La gente fuori”. “Draußen die Lait”, in tedesco sudtirolese. A Bolzano avevo già fatto notare che questo fatto rivela un’altra volta quanto stiamo distanti dagli altri cittadini. Non siamo forse “gente” anche noi? Non siamo cittadini anche noi? E se non lo fossimo, quanto grave sarebbe?

Sono molto delusa da come è andato questo importante dibattito sulle pensioni dei politici.

Siamo implosi in quest’aula e mai come in questi giorni ho avuto l’impressione di assistere a uno spettacolo di manierismo, di decadenza, di fine di un sistema che non sa più evolversi ma cerca solo disperatamente di aggrapparsi alle vecchie regole perché restano l’ultima sicurezza. In un mondo che sta cambiando rapidamente noi ci siamo chiusi qui dentro e c’era addirittura fuori la polizia a proteggere il nostro ingresso. E noi dentro a insultarci a vicenda, a rinfacciarci che non abbiamo capito che anche i provinciali vogliono andare in pensione a 60 anni o che il mio collega Dello Sbarba non possa mantenere la sua famiglia una volta in pensione. Ma dai! Che immagine di disperazione! Che distanza! Che cecità verso le esigenze della società di cui dovremmo a pieno titolo far parte!

Sarebbe stato il caso di richiamare tutti noi all’articolo 1 della nostra Costituzione. L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Stefano Rodotà, nel bel film di Ligabue (“Niente paura”) mi ha aperto gli occhi su cosa voglia dire questa frase. Rodotà chiede ai giovani cosa sia “il lavoro” e poi spiega che il lavoro è il contrario del privilegio.

Quindi i padri e le madri della costituzione ci tenevano a dare a tutte le cittadine e cittadini la stessa dignità attraverso il motore dell’eguaglianza, che per loro era appunto il lavoro – e non il privilegio della nascita nobile o ricca.

Non ho avuto l’impressione, in questi mesi, che ci sia una presa di coscienza in questo senso all’interno della classe politica.
Anzi, ci si comporta ancora come un Parlamento di vecchi proprietari terrieri.
Qui si ragiona ancora in termini di privilegi e si fa di tutto per mantenerseli o per reciderli meno possibile. Un privilegio non acquisito con la nascita o l’eredità, ovvio, ma col voto.
Ma bisogna ricordarsi sempre, che il voto è solo un prestito. O, meglio, un Vorschuss, un anticipo, un valore attuale si direbbe nel nostro linguaggio incomprensibile e volutamente enigmatico, di fiducia e responsabilità che ci è stato dato.

Era il caso di comprendere questo momento della storia e di rispondere alle questioni che ci pone. È il momento di cambiare radicalmente orientamento nel nostro modo di fare politica (riuso il verbo fare) e si è sprecata un’occasione.
Sprecata, nel mercanteggio sulle percentuali da ridurre per non scontentare qualche vecchio politico.
Sprecata, nelle varie scappatoie che sono state inserite.
Sprecata, anche con questo metodo dei 1000 emendamenti costato 8.000 Euro e servito paradossalmente per far salvare la faccia alla maggioranza.
Sprecata soprattutto mantenendo quella forma mentis che ha reso i politici degli odiati ricevitori, anzi autoassegnatori di privilegio.

Ecco perché credo che questa classe politica, così cieca e sorda, sarà superata dalla storia. Come tutti quelli prima che non hanno saputo comprendere i segni del cambiamento e della trasformazione. Chi tardi arriva male alloggia, si dice in italiano. In tedesco più drasticamente si dice che l’ultimo sarà morso dai cani. Ecco, in questa stava la scelta. E si poteva scegliere di essere quelli che sono morsi dai cani. O essere invece noi, la storia, per dirla con De Gregori.

Noi che abbiamo (avevamo) tutto da vincere. E tutto da perdere.

Brigitte Foppa, Consigliera regionale
4.luglio 2014

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso

Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
Questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono: “Tutti sono uguali,
Tutti rubano alla stessa maniera”
Ma è solo un modo per convincerti
A restare chiuso dentro casa quando viene la sera;
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze, le brucia,
La storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi.
Siamo noi che scriviamo le lettere
Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.
E poi la gente [Perché è la gente che fa la storia]
Quando si tratta di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare:
Quelli che hanno letto milioni di libri
E quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia dà i brividi,
Perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
Siamo noi, bella ciao, che partiamo
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, Siamo noi questo piatto di grano.

Francesco De Gregori

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