Cinque smentite all’assessora Stocker

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La tragica vicenda del bambino profugo curdo morto a Bolzano ha sollevato in tutto l’Alto Adige una forte emozione. Ciò dovrebbe portare i responsabili politici e amministrativi a un profondo esame di coscienza. Al contrario, l’assessora Stocker continua a scaricare le responsabilità su altri, con argomenti che sono contraddetti dai fatti.

  1. In una intervista l’assessora oggi afferma che: “Da nessuna parte è venuta la richiesta che la famiglia fosse accolta in una struttura pubblica”. Questo non è vero. Non solo questa richiesta è stata fatta quotidianamente da volontarie e associazioni, ma è arrivata addirittura dalla Azienda Sanitaria al momento della dimissione del piccolo Adan dall’ospedale.
    Questi i fatti: la mattina del 4 ottobre 2017 alle ore 10:09 la Coordinatrice dell’ambulatorio STP e referente dell’Azienda Sanitaria per i profughi ha inviato una mail ai Servizi Sociali di Bolzano e all’ufficio distretti sociali della Provincia comunicando che in quel giorno il piccolo Adan sarebbe stato dimesso, che lui e la sua famiglia non avevano alcun posto per dormire, ma erano sulla strada. In base a tali fatti, la Referente dell’Azienda Sanitaria richiedeva per scritto a Servizi sociali e Provincia che fosse reperito un alloggio per la famiglia. Insieme a questa mail la Referente dell’Azienda Sanitaria allegava il certificato medico di dimissione firmato sempre il 4 ottobre 2017 dal dott. Federico Mercolini, in cui si legge che Adan “è affetto da distrofia muscolare di Duchenne, complicata da candiopatia dilatativa. Soffre inoltre di difetto di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi. La patologia di Abdullah è molto complessa, invalidante e necessita di stretto monitoraggio e cure continue”. Dunque fin dalla mattina del 4 ottobre la Provincia era informata della situazione e aveva ricevuto richiesta ufficiale di accoglienza in un alloggio adeguato.
  2. Durante la conferenza stampa di martedì 10 ottobre, sempre a proposito dell’uscita dall’ospedale del piccolo profugo curdo, l’assessora Stocker ha affermato per ben due volte che si è trattato di una “geschützte Entlassung„ cioè di una „dimissione ospedaliera protetta“. Se con queste parole l’assessora Stocker si riferisce alla procedura prevista sotto questo titolo, ciò non risulta ed è contraddetto dalla stessa mail della Referente dell’ambulatorio STP dell’ospedale. Ricordiamo che per “dimissione protetta“ si intende una precisa procedura programmata dall’Azienda Sanitaria in stretta collaborazione con il medico di famiglia, i servizi infermieristici sul territorio e la stessa famiglia ed ha come presupposto che il paziente così dimesso abbia un domicilio adeguato al fine di garantire la massima continuità dell’assistenza. Nessuna di queste condizioni era presente nel caso del piccolo Adan: La famiglia non aveva alcun domicilio sul territorio altoatesino, non aveva nessun medico di famiglia, non aveva nessun alloggio adeguato alle cure dovute a un paziente come questo.
  3. L’assessora afferma che la famiglia ha sempre avuto una sistemazione. Si dimentica di dire che tali sistemazioni non sono state fornite dalle istituzioni competenti, ma dalle volontari e dai volontari come potevano, attraverso una raccolta privata di fondi. Si dimentica di dire che tali sistemazioni erano provvisorie (una notte addirittura il pavimento di un centro giovanile) poiché un alloggio adeguato per un bambino con gravi patologie potevano e dovevano fornirlo solo le pubbliche istituzioni. E’ dunque inaccettabile che l’assessora Stocker ripeta di continuo che la mano pubblica non è intervenuta perché della famiglia si stavano occupando persone private volontarie. Chiunque, giornalisti o politici come Ulli Mair, dica che i volontari dovevano “avvertire prima l’opinione pubblica”, parla non conoscendo i fatti.
  4. “Ci ho messo sempre la faccia” dice l’assessora Stocker oggi in una intervista. Anche questo non è vero. In questa settimana l’assessora non ha mai accettato un confronto alla pari, tanto che si è perfino rifiutata di partecipare a un Pro&Contra alla RAI in cui era presente una volontaria che aveva seguito giorno per giorno il caso di Adan. Invece di questo confronto, l’assessora ha preferito comparire da sola il giorno dopo nel Mittagsmagazin della Rai.
  5. Infine: l’assessora ripete che la circolare provinciale del 2016, che limita l’accoglienza delle persone vulnerabili (il cui ritiro è stato chiesto persino dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati UNHCR) avrebbe consentito l’accoglienza di un caso come questo. Questo argomento è semmai un’aggravante, perché il fatto incontrovertibile è che l’accoglienza non c’è stata.

Non sappiamo oggi – e non compete a noi stabilirlo – quanto la mancata accoglienza abbia influito sulla sorte del piccolo Adan. Una cosa però è certa: la circolare era lo specchio dell’atteggiamento generale della Provincia nella politica di accoglienza, cioè quella di “accogliere il meno possibile, altrimenti arrivano tutti da noi”.
Di questa impostazione politica errata è responsabile non solo l’assessora Stocker, ma l’intera Giunta provinciale.

Bolzano, 12 ottobre 2017

Il Gruppo Verde in Consiglio provinciale

One Response to Cinque smentite all’assessora Stocker

  • Maria Hofer says:

    Danke für den aufschlussreichen Bericht! Ich finde das Verhalten der Landesrätin Stocker im Zusamenhang mit dem Schicksal des kleinen kurdischen Flüchltlings bestürzend und befremdend und die hier dargestellte Unehrlichkeit und das Abschieben ihrer Verantwortung gravierend. Sie hat uns Ähnliches schon öfters vorgeführt, in diesem Fall ist es allerdings wirklich untragbar. Ihre “Gestaltung” der sozialen Belange unseres Landes gibt immer mehr Anlaß zu ernsthafter Sorge für die Zukunft der sozialen Kultur im Lande.

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